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giovedì 8 aprile 2021

Red Pill: quando la critica ai ruoli di genere è misogina

 Qualche anno fa, mi hanno spiegato che, oltre agli attivisti MRA, ci sono gli “attivisti” Incel e“ RedPillati”. Curioso come una scimmia, ho provato a capire qualcosa di più su questo movimento. La cosa che mi incuriosiva era che, per una volta, era la “maggioranza” (non che “le donne” siano una minoranza!), ovvero gli uomini etero, a voler costruire impalcature sociologiche per analizzare vantaggi e svantaggi di quello che noi attivisti LGBT chiameremmo “binarismo di genere”.

Red pill



Mi incuriosiva il fatto che qualcuno, quelli che noi LGBT e le femministe consideriamo “privilegiati”, ragionassero sullo “svantaggio” di essere uomini biologicamente maschi ed eterosessuali, in un mondo “binario” che si basa sui ruoli di genere. Mi interessava cercare di capire il “contraccolpo del privilegio”, in quanto io sono una persona LGBT, ma sono anche un uomo (sebbene non eterosessuale) e, soprattutto, perché non mi sono mai definito “femminista”, ma “antibinario”. Ho deciso di capire se potesse esserci qualcosa di fondato nella cosiddetta RedPill, anche se non condividevo per nulla come essa venisse promossa e presentata, almeno in lingua italiana. Prima, però, è il caso che io spieghi a chi mi sta leggendo cosa sia questa RedPill e a che conclusioni sono arrivato studiandola.


Cos’è questa RedPill


Non so quando la teoria RedPill sia nata, ma, esaminando Google Trends, nel 2014 questo termine ha registrato una veloce crescita nelle ricerche. Ha raggiunto un picco nel 2017, proprio quando io ne avevo sentito parlare. Il nome è tratto dal film Matrix, anche se le due registe transgender non avrebbero mai pensato che qualcuno ne avrebbe fatto questo utilizzo, e il fenomeno è legato a doppio filo al movimento AltRight americano, della destra “alternativa”, che sostiene che il “vero” discriminato, oggi, sia l’uomo eterosessuale bianco. La teoria sostiene che l’uomo etero “risvegliato” dalla pillola rossa sia in grado di capire che la donna, “per natura” (e qui vi è grande distanza dal movimento antibinario, che sostiene che i ruoli siano culturali), cerca la sicurezza di un uomo protettivo e potente che la mantenga e che, quindi, abbia potere, soldi e “bellezza”. Andando, però, negli spazi redpillati, si scopre che hanno un loro concetto di bellezza basato sulla simmetria del viso, verificabile da alcune strane app che danno ad ogni viso un votodall’1 al 10. In una pratica che ha sfumature omoerotiche, i redpillati condividono foto per avere conferme o smentite sul voto da 1 a 10 che essi danno a se stessi da parte degli altri maschi redpillati. Inoltre, la teoria sostiene che sia stato il Sessantotto e la successiva libertà sessuale a permettere, tramite la caduta dei “matrimoni combinati”, a tutte le donne ad ambire a uomini più belli e ricchi, lasciando a bocca asciutta i brutti, i poveri, e gli ignoranti. Il movimento, quindi, spera in un ritorno alla società precedente all’emancipazione femminile, quella che per noi attivisti, invece, non è ancora sufficiente.

Molti uomini redpillati sono di destra e cattolici.

I loro gruppi sono, più che altro, spazi da “gruppo di autoaiuto”, in cui, spesso con commenti gratuitamente misogini (addirittura, le donne sono chiamate le NP, o le ennepì, le “non persone“), gli uomini protestano sui rifiuti ricevuti, chiarendo che queste donne sono dei 3, dei 4, dei “cessi a pedali” e non si capisce come abbiano potuto respingere loro. Inoltre ,sostengono che le donne siano attratte prevalentemente da uomini mascelloni e violenti e scartino i “sensibili uomini beta”; ma, spesso, si dimostrano loro stessi violenti, in questi sfoghi pieni di insulti e minacce. I personaggi peggiori, invece, giustificano stupri e molestie, dicendo che sono le donne a “cercarsela”. È chiaro che, se il loro movimento voleva essere una critica ai ruoli di genere (quelli che vogliono che l’uomo sia galante, offra cene e venga scartato se non abbastanza macho o in carriera), poiché essi paradossalmente danneggiano anche l’uomo etero (pressato dalle aspettative di forza e dominanza, scartato per qualcuno di più autoritario), esso fallisce e si perde in una serie di sfoghi gratuiti, violenti, pieni di body shaming alle donne, senza nessuna vera proposta, se non quella di tornare a quando vigeva “la legge del più forte” e la donna doveva sposare chi la sceglieva, senza poter scegliere, e dove i ruoli di genere da cui si sentono oppressi erano ancora più marcati...


Nathan


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martedì 5 gennaio 2021

Il maschile XX offende meno del femminile XY?

 Ad agosto,  è esplosa sul web (postata dalla pagina Trans Army) una  polemica circa una vignetta rappresentante una ragazza coi capelli lunghi, la coda, una felpa, un paio di jeans e scarpe da tennis, accanto  a un ragazzo in gonna. Lo slogan diceva: “Se non ti offende la prima, perché ti offende il secondo?” La vignetta tocca un tema molto presente nelle rivendicazioni LGBT di origine biologica “xy”,ovvero che sia molto più difficile essere “femminile xy” piuttosto che essere “maschile xx”. 

donna vestita da uomo

Ogni volta che sento questo discorso, lo contraddico in modo deciso e voglio esporre le motivazioni una per una, perché questa visione, senza malafede, ignora davvero le implicazioni del vivere essendo xx e senza alcun interesse a scendere a compromessi con ciò che la società pretende o si aspetta se lo sei.

 

1)    Vestire con ciò che è stato “naturalizzato” come unisex non è “vestire da uomo”

 

Sarebbe errato, nel 2020, dire che una felpa, un paio di jeans e scarpe da tennis sono “da uomo”. I reparti femminili sono pieni di felpe, jeans, scarpe tennis e lo erano anche quando ero piccolo, negli anni ‘80. Questi abiti sono molto simili (ma non uguali) agli stessi capi commercializzati per gli uomini. Questo non impedisce alle donne di avventurarsi nel reparto da uomo e prendere proprio quelli “per l’uomo”, anche se questo ha spesso conseguenze, come la commessa che invita la persona ad andare dall’altra parte, se sta cercando “per sé”. Allo stesso modo, ci sono abiti ed accessori (nati per ragazze e donne), di meno, in verità, che sono stati naturalizzati per i ragazzi, o che, comunque, sono stati sdoganati almeno per una stagione della moda: ad esempio, la fascia per capelli, il cerchietto da calciatore, maglie scollate, jeans aderenti e a vita bassa con mutande in vista, orecchini anche su entrambi i lati, depilazioni, manicure, le mêches e così via. Quindi, il punto non è se qualcosa sia “da uomo” o “da donna” e non è neanche chi viene giudicato di più: il punto è se quel capo o accessorio, in quel momento, sia “accettabile” o meno per quel determinato sesso biologico...


Nathan


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venerdì 18 settembre 2020

La quarantena e le persone "rainbow"

 Per le persone LGBT, la quarantena ha rappresentato un miglioramento o un peggioramento di vita? Quali differenze tra velati e dichiarati? Cosa cambia, a seconda di chi sono i nostri “compagni di quarantena”? 

quarantena lgbt

 Ho temporeggiato, prima di scrivere su come noi persone LGBT (e in particolare T) stiamo vivendo questa quarantena, perché partecipare ai gruppi di condivisione e socializzazione virtuali mi ha dato la possibilità di confrontarmi con altre persone in condizioni simili alla mia.


 La quarantena? Un miglioramento della qualità della vita

 Personalmente, consideravo la quarantena un miglioramento alla mia vita. Si erano autoeliminate un sacco di prassi stressanti e disforiche che accettavo come dato di fatto ineliminabile: il “ciao cara” della signora del bar di fronte all’ufficio, misgendering vari, non poter mostrare le gambe pelose in estate, non potermi far crescere “il pizzetto”, dover stare fasciato per intere giornate, e così via.

Lo smart working permetteva di avere con colleghi, capi e clienti i contatti minimi e, quindi, di evitare tutti gli episodi di involontaria disforia che queste persone, loro malgrado ci causavano. Credo sia stato così anche per chi (universitario o liceale) si è approcciando alla didattica online.

 

La vita domestica: dipende da con chi sei…

 Per quanto riguarda invece le dinamiche inter-relazionali in casa, credo che molto sia dipeso dal “con chi” abbiamo vissuto la quarantena.

Penso che la mia sensazione di benessere dipendesse dal fatto che ho trascorso la quarantena col partner, una persona che ha un orientamento rivolto verso il mio genere (gli uomini) e che come uomo mi ha conosciuto e scelto.
Penso che sia stata difficile per chi, invece, era impegnato in relazioni in cui c’era una cancellazione del proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, o (caso ancor peggiore) in cui la persona doveva condividere gli spazi con la famiglia d’origine, per problemi economici, o per via della loro salute o bisogno di assistenza, soprattutto nel caso in cui queste persone non conoscono o non accettano l’identità di genere e/o l’orientamento sessuale della persona rainbow...


Nathan


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giovedì 2 luglio 2020

Esce "Il Simposio - Speciale racconti"!

Car* tutt*, vi auguriamo una buona estate nel modo migliore che conosciamo: ovvero, inaugurando il nostro numero dedicato ai racconti dei nostri redattori, già da tempo annunciato. Buona lettura, ovunque passerete le vacanze! 
il simposio lgbt speciale racconti


Il presente numero nasce da un’idea di Nathan Bonnì, membro fondatore di questa rivista. Dato che ogni redattore del Simposio scrive soprattutto per passione, perché non offrire ai lettori un assaggio dei nostri diversi estri?
            Ecco che approda sulle nostre pagine Due cuori e un’apocalisse zombie, racconto umoristico-distopico in cui la vera catastrofe è dover affrontare le complicazioni dei sentimenti e il lato oscuro del genere umano. Più romantico è Fare colazione tra le nuvole, che riprende l’idea fuori moda (ma sempre efficace) del diario e la porta sorprendentemente a esiti fantascientifici e distopici.
            Lettera ad Annemarie ripercorre invece la vicenda umana di Annemarie  Schwarzenbach (Zurigo, 1908 – Sils im Engadin, 1942) : scrittrice, fotografa, giornalista, donna e lesbica.
            Ne Il telo della felicità, una matura donna transgender ripassa per i luoghi che l’hanno vista “uomo apparente”, durante la sua giovinezza.
            Ballata è il racconto trasognato (e un po’ cupo) di un’improvvisa esperienza erotica fra una giovane cameriera e un’avventrice misteriosa… forse, un’incarnazione della Morte che ammonisce a vivere.
            Sempre goticheggiante è La vampira e la sacerdotessa, storia dell’amore impossibile (?) fra una creatura demoniaca e una presbitera veterocattolica.
            Ille mihi par esse deo videtur  mescola risonanze catulliane alla Cabala, il tutto in una vicenda di amore saffico.
            Disintegration è una storia di silenzi e rapporti irrisolti, scandita dalle canzoni dell’omonimo album dei Cure.
         Grazia  mostra cosa possa significare essere contemporaneamente ebrea e transgender in un’odierna megalopoli.

            Nove racconti con sguardi inediti sulla realtà LGBT, che speriamo possano toccare positivamente le vostre corde. Buona lettura!

Il Simposio - Speciale racconti è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.


lunedì 15 giugno 2020

Non è un Paese per genderqueer

Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord; nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva, gli inquilini erano stati divisi in maschi e femmine e si sentiva estraneo ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente

non è un paese per genderqueer

Anche all’università, l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e Louis Vuitton.
Non tornava a casa da molto tempo: preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti, a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno (i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni) diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale, lì ,aveva potuto essere chi realmente era ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.
Ale, a Milano, si tagliava i capelli da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.
Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle curiose e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti...


Nathan


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venerdì 15 maggio 2020

Dove ha sbagliato Daria Bignardi?


Daria Bignardi, giornalista “pioniera” degli anni 90, che, con la sua trasmissione Tempi moderni, aveva stupito noi, adolescenti di allora, parlandoci di bisessualitàpoliamore, e body modification, non è riuscita a sottrarsi ad una brutta gaffe. 

daria bignardi gianmarco negri
La gaffe transfobica

Ha risposto al messaggio sul tema Covid del sindaco transgender (e mio caro amico) Gianmarco Negri, dicendo che il messaggio era talmente bello che si sarebbe sentito che “era una donna”.
Ci sarebbe molto da scrivere su questa gaffe. La prima riflessione è sul binarismo: sembra che un uomo sia solo capace di messaggi privi di sensibilità e cura per l’altro, quindi solo un uomo “che è stato una donna” ne possa essere capace. In realtà, simili stereotipi riguardano anche l’uomo gay: l’uomo biologico può essere sensibile solo se il suo desiderio sessuale è rivolto verso un altro uomo. L’uomo “cishet” (cisgender ed eterosessuale), quindi, non può essere capace di sensibilità.

Il passato degli uomini transgender, o LGBT in generale

Poi, c’è un’altra questione: ricondurre le persone transgender al loro passato. Su questo, si possono fare molte riflessioni.
La prima riguarda l’identità “transgender” come identità “indipendente” e particolarel’uomo xx come “altro” rispetto all’uomo xy, in quanto portatore di una storia diversa. Molti uomini xx rivendicano il proprio passato e la particolarità della loro storia, dicendosi fieri di essere uomini transgender, per niente desiderosi di “spacciarsi” per uomini biologici, o invidiarne la vicenda esistenziale.
Gli stessi uomini trans, però, rivendicano di essere uomini, seppur uomini transgender. È vero: una storia diversa ti rende un uomo diverso, ma questo capita anche all’uomo biologico. Quante volte, indagando sulla storia di un uomo biologico particolarmente sensibile, scopriamo che si è confrontato con la perdita di una persona cara, o con la diversità, tramite un parente o un/a partner?
Quindi, avere un passato “difforme” dalla consuetudine non rende “diverso” (o meglio, un uomo diverso) solo un uomo xx, ma qualsiasi uomo (o meglio, qualsiasi persona)...

Nathan


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mercoledì 25 marzo 2020

Perché dà fastidio che una persona LGBT abbia figli/eredi


Gentili readers,
penserete che, come ogni anno, io sia incattivito dal Natale e dalle implicazioni che esso comporta.
Forse, penserete che il problema sia il rapporto con la mia famiglia d’origine, ma neanche questa risposta è corretta. 

famiglie arcobaleno

Zia Frocia: un’analisi antropologica

Anni fa, ho scritto un pezzo sullo “zio velato” alla tavolata famigliare del Natale (era il 2014 ed ero giovane e stronzo almeno quanto adesso), ma oggi desidero ancor maggiormente analizzare la figura della persona LGBT nella famiglia “allargata” d’origine,  nella provincia italiana (e non), e non solo se velata.
La persona LGBT, spesso single o in legami non tanto pubblicizzati e legittimati, viene vista in famiglia come una “simpatica” appendice, che dà colore alle feste familiari, in cui si instaura un clima di “don’t ask, don’t tell“: un po’ quello che si instaura per i folkloristici gay televisivi, Rai e Mediaset, truccatori e astrologi vari, per intenderci.
Questa persona può essere vista dai familiari in due modi:
– nel primo caso, non viene neanche ipotizzato che questa persona sia LGBT, perché non vengono conosciute ulteriori opzioni all’essere etero accasati/genitori, oppure “single che non hanno trovato/non troveranno una persona (di sesso opposto)”.
– nel secondo caso, tutti sanno ma fanno finta di non sapere, perché ciò che non può avere (famiglia, figli, eredi, un marito/moglie) potrà essere usato per usare la persona (svilupperò questa parte nella trattazione).
Useremo “Zia Frocia” per indicare la persona LGBT in famiglia: l’uomo ftm non med, il non binary, la lesbica butch, la persona LGBT “XX” vista come “la bruttina che non ha trovato l’amore“, ma anche l’allegra checca che, essendo sensibile, sarà adorabile coi nipoti...

Nathan


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mercoledì 11 dicembre 2019

Uccisi dall'omofobia anni '90: American Crime Story



Una recensione personale e appassionata di American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, pensata per chi l’ha già vista e vuole riflettere su nuove chiavi di lettura, o per chi vuole vederla, ma non ha paura di incappare in alcuni particolari prima della sua visione. 
andrew cunanan assassinio gianni versace

Ho iniziato a seguire Ryan Murphy ancor prima di sapere che lo stavo seguendo: Nip/Tuck ha avuto un ruolo centrale negli anni che hanno preceduto il mio coming out, ma anche la scoperta di me stesso.
Gli anni seguenti, ho potuto apprezzare altre sue opere, come Glee Pose.
È stato per puro caso che la mia attenzione è andata ad una delle sue opere più recenti: American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, appartenente ad una serie antologica che, nel suo primo capitolo, ha trattato il caso di O.J. Simpson.

Non è stato solo perché non sono indifferente al fascino di Darren Criss, attore interessante da tanti punti di vista: i lineamenti particolari dovuti alle sue origini filippine e irlandesi (anche se non ama essere definito per questo), il fatto che conosca la lingua italiana (ha studiato ad Arezzo: forse, questo dato ha contribuito a fargli avere questa parte, anche se l’attore aveva già lavorato con Murphy), e, infine, il dato curioso che riguarda la sua vita personale: è un eterosessuale quasi “specializzato” in ruoli di uomini gay.
L’altro motivo per cui questa serie ha richiamato il mio interesse è il fatto che il caso Versace me lo ricordo bene: avevo 13 anni; era l’estate che divideva la mia infanzia dalla mia adolescenza e ingresso al liceo e i media insistevano in modo morboso sull’omosessualità di vittima e carnefice.
A colpirmi non era tanto Versace, quanto il giovane assassino. Per me, erano nuove tante parole: “gigolò di lusso”, “serial killer di omosessuali”. Nonostante le parole della stampa, o forse anche per l’omofobia contenuta in esse, non riuscivo a vedere Cunanan come carnefice. Qualcosa, dentro di me, mi faceva vedere entrambi come vittime di un mondo che non dava loro libertà e legittimità come persone omosessuali, in quegli anni in cui “gay”, nella mia testa, era solo un “campanello” che risuonava e che non sapevo ancora quanto potesse appartenermi.
Poi, però, ho dimenticato questo caso mediatico, anche quando poi sono entrato come attivista nella comunità LGBT...



Nathan


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giovedì 10 ottobre 2019

Le Iene, Luxuria e la rappresentazione delle persone transgender



Come attivista transgender, che ha a cuore il tema della rappresentazione T nell’immaginario collettivo e tramite i media, e come persona che ha scritto sull’inclusione delle persone transgender nelle app e siti di dating, non posso tacere su quanto avvenuto durante una recentissima puntata del programma televisivo Le Iene, che ha messo in scena le (dis)avventure di una donna transgender all’interno del portale Tinder, con un approccio morboso fin dal titolo della candid camera.
La trasmissione ha coinvolto Vladimir Luxuria, donna transgender che non ha bisogno di presentazione. 
tinder e sorpresa vladimir luxuria le iene
Si inizia con una “candid camera” che ha come protagonista proprio Luxuria, coinvolta da una “Iena”, scelta donna per rendere il tutto più alla Sex and the City, anche se non c’è alcuna solidarietà tra donne, e la trivialità, come leggerete, rimane quella dei suoi colleghi maschi.

“Tinder e sorpresa” e l’iscrizione di Luxuria al portale

Dopo un’introduzione, totalmente gratuita, dove viene ricordato che Luxuria “all’anagrafe è Vladimiro Guadagno”, in sovraimpressione appare un titolo pecoreccio: “Tinder e sorpresa”, che, alludendo all’assonanza con l’omonimo ovetto di cioccolato, anticipa la candid: Luxuria si iscriverà a Tinder, riservando la “sorpresa” del genitale maschile ai gentlemen che la contatteranno.
Dopo un’intelligente riflessione di Vlady sul diritto di iscriversi come “trans” (anche se, in realtà, sarebbe meglio poter inserire “donna transgender” e “uomo transgender” come categorie distinte tra loro), le mie speranze che la candid prendesse una piega brillante sono state deluse.
Nel profilo Tinder appena creato, Luxuria viene descritta come donna con una “marcia” in piùtra tanti risolini della Iena, la quale chiarisce che stanno arrivando tante richieste di uomini interessati a “quella cosina lì”.
Alle chat di questi uomini, che dicono di “Non mettersi paletti”, la Iena risponde con squallide battute sui “paletti”, con allusioni falliche, chiarendo che presto saranno “cazzi” loro in senso letterale...

Nathan


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giovedì 3 ottobre 2019

Le persone transgender a Milano: quale prospettiva di dialogo con le istituzioni della città?




Lettera aperta alla cortese attenzione del Sindaco Beppe Sala e degli Assessori Filippo del Corno Laura Galimberti, Pierfrancesco Majorino e Cristina Tajani 


persone transgender milano


Gentilissimo Sindaco,
gentilissimi Assessori,
vogliamo anzitutto ringraziarvi per il vostro sostegno al Milano Pride - manifestazione alla quale il nostro circolo ha contribuito assieme a tante altre sigle e soggettività - che sempre più diventa evento della città tutta e non di un solo gruppo o di una categoria di persone. Abbiamo accolto con gioia quegli Assessori che hanno deciso di marciare al nostro fianco dietro lo striscione che quest’anno ha aperto la manifestazione con uno slogan significativo: “La prima volta fu rivolta!”. Nel ricordare il cinquantennale della nostra storia politica, quest’anno abbiamo voluto riconoscere l’importanza che la “T” ha avuto e ha tutt’oggi nell’acronimo “LGBTIQIA+”, ricordando che le persone transgender ebbero e hanno un ruolo fondamentale nella costruzione del nostro movimento.

Dal 2013, presso la nostra associazione, il Circolo culturale Alessandro Rizzo Lari, abbiamo avviato uno spazio denominato “Progetto Identità di Genere”, che offre supporto, orientamento e accoglienza a centinaia di persone transgender e gender non conforming a titolo del tutto gratuito e basandosi esclusivamente sul lavoro di volontari e sulle modestissime quote di tesseramento del Circolo per il pagamento degli spazi. Lavoriamo e operiamo presso la sede dello storico gruppo di cristiani omosessuali “Il Guado” in via Soperga 36.
Come realtà di persone che ogni anno segue e supporta concretamente la popolazione transgender, intendiamo avviare un dialogo con le istituzioni e con il Comune di Milano, sicuri di trovare ascolto. Riteniamo infatti che i tempi siano maturi perché Milano dialoghi istituzionalmente con quelle persone transgender che sono, prima di tutto, cittadine e cittadini...


Monica Romano – Attivista, scrittrice, candidata nel 2016 per il Consiglio Comunale a sostegno di Beppe Sala Sindaco
Circolo culturale Rizzo Lari (ex Harvey Milk)
Nathan Bonnì, Laura Caruso e Daniele Brattoli per il “Progetto Identità di Genere”

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lunedì 24 giugno 2019

Dialogo con i/le gender critical?


La corrente di attivismo britannico che, col suo essere “gender critical”, pratica il negazionismo dell’identità di genere, merita spazio nel dibattito o rischia solo di toglierci energie?

Un pensatore gay italiano, da circa un anno, mi ha invitato a seguire il dibattito britannico riguardante il profondo contrasto che vede a destra femministe radicali, attiviste lesbiche, gay tradizionalisti e persone T transmedicaliste (quelle che accettano i percorsi trans solo se medicalizzati), e, a sinistra, femministe intersezionali, persone pansessuali, non binary, queer e transgender . 
femminismo negazionismo di genere

Non chiamiamoli/e “TERF”

La corrente “a destra” viene chiamata “T.E.R.F” (Trans Exclusionary Radical Feminist). Ma io non sono d’accordo con la scelta di questo termine, che comunque comprende altre individualità oltre a femministe radicali, oltre a non comprendere tutte le femministe radicali. È più corretto dire gender critical “ (rispettando l’eufemismo con cui si definiscono) o negazionisti/e dell’identità di genere”.
“Trans-escludente” allude all’esclusione da precisi spazi di elaborazione culturale e incontro, interni al femminismo o rivolti al femminile.
Quello che questa corrente fa va invece molto oltre: non si limita alla pretesa (che potremmo discutere pacatamente) di non far accedere le donne T a determinati luoghi, fisici e non, ma rende “l’esclusione” universale. Tramite il negazionismo dell’identità di genere, anche la condizione T viene cancellata o ridotta ad una patologia dismorfofobia, se non ad una “banale” insofferenza agli stereotipi di genere.

“Sei una donna con un problema di transgenderismo”

Ricordate la terminologia che usava circa le persone omosessuali lo psichiatra Joseph Nicolosi?  Le persone omosessuali (in particolare gli uomini) erano da lui considerate “eterosessuali con un problema di omosessualità”: quindi, una condizione identitaria, che non riguarda solo i comportamenti eroticoaffettivi ma tutti gli ambiti della vita e della partecipazione politica, veniva ridimensionata a “problema”.
Ai tempi, a fare queste considerazioni erano i sostenitori delle teorie riparative e di una visione della vita influenzata da un integralismo religioso. Tutta la comunità LGBT era compatta nel contrastare questa visione e nel difendere l’identità omosessuale...

Nathan

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giovedì 30 maggio 2019

Creare una subcultura bisessuale: intervista con Andrea Pennasilico


Oggi, intervistiamo Andrea Pennasilico, psicologo e attivista per la visibilità bisessuale. Con lui, parleremo della presenza delle persone bisessuali nell’immaginario collettivo e dell’esigenza di creare una subcultura B
andrea pennasilico bisessuale
Andrea Pennasilico

Ho fatto molte domande scomode: allacciatevi le cinture!

Ciao, Andrea! Parlaci un po’ di te…

Ciao! Mi chiamo Andrea Pennasilico, ho 25 anni, sono uno psicologo e mi sto formando come psicoterapeuta sistemico-relazionale. Mi interesso al mondo LGBTQIA+ da diversi anni, oltre a mille altre cose, come (ad esempio) a film, serie tv e cartoni animati, che integro molto nel mio studio della rappresentazione nei media.

Che definizione dai al tuo orientamento erotico-affettivo? E perché hai scelto proprio questa definizione?
                                                
La definizione che ho scelto è bisessuale. Ci sono moltissime altre definizioni che potrebbero descrivere il mio orientamento più nello specifico; ma ho deciso di scegliere un termine ad ampio respiro e con una lunga storia alle spalle, dato che si sposa meglio col mio modo di vedere la comunità.

Ti definisci un attivista bisessuale?

Ho uno strano rapporto col termine “attivista”. A volte mi appartiene, quando mi occupo di sensibilizzare e informare su temi centrali della comunità LGBTQIA+; altre volte, lo sento come una definizione più estranea, soprattutto misurandomi con alcuni dei miei più cari amici attivisti, che devolvono alla comunità un contributo molto più concreto e impegnato di quello che mi sento di fornire.



Quali sono le tue attività di attivismo online? E quali quelle sul territorio?

Il mio attivismo online e sul territorio si rispecchiano molto. Entrambi si occupano soprattutto di informare e sensibilizzare le persone su temi troppo poco discussi, cercando al contempo di alleggerire il peso delle nostre battaglie più importanti con contenuti più leggeri e divertenti. Sul web, lo facciamo attraverso la pagina Orgoglio Bisessuale, che condivide un misto di post di sensibilizzazione e di intrattenimento; mentre, sul territorio, stiamo organizzando incontri informativi su bifobia e poliamore (argomento molto sconosciuto e troppo spesso associato erroneamente alla bisessualità) in diverse associazioni LGBT in modo da combattere le discriminazioni interne alla comunità...

Intervista a cura di Nathan

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giovedì 28 febbraio 2019

Una Graphic Novel interamente dedicata a Cinzia



Quando approdai a Milano nel 2002, come studente imberbe (imberbe anche perché vivevo ancora come ragazza!) del Politecnico di Milano, scoprii la cultura Nerd, e, tramite il mio ex, conobbi Leo Ortolani e Rat-Man
cinzia transgender leo ortolani

È un fumetto che mi ha tenuto compagnia per tutto il mio percorso universitario.
Ricordo quando, iniziando a prendere consapevolezza della mia transgenerità, scrissi ad Ortolani per “riprenderlo” sulla sua rappresentazione di Cinzia e degli altri personaggi femminili. Avevamo avuto uno scambio cortese di idee.
Poi, dopo tanti anni, scopro per caso che è uscita una Graphic Novel interamente dedicata a Cinzia, e una cosa mi colpisce in particolare: la sua nuova immagine.
Il suo corpo è bello, nel suo essere marcatamente transgender, ma in modo non più volgare. Cinzia è decisalibera, ignora lo sguardo giudicante delle persone, donne e uomini che siano.



Vita transgender raccontata con ironia

Non è chiaro se Cinzia sia in un percorso medicalizzato o non lo sia (il fumetto dà maggiore spazio alle relazioni sociali della protagonista), ma rivedo in lei tutte le difficoltà che noi persone transgender con documenti difformi dobbiamo affrontare ogni giorno, come la ricerca di un lavoro che renda giustizia alla nostra formazione.
Emergono anche altri elementi, come la complicità della nonna, l’amicizia di un’altra donna transgender che si accontenta del fare la cam-girl (mentre Cinzia insiste a voler trovare un lavoro diurno), il sadismo della psichiatra che non vuole concedere la perizia e che pratica misgendering verso Cinzia, chiamandola col nome anagrafico Paul, la demenzialità delle associazioni nel perdersi in tematiche barocche e lontane dai bisogni delle persone, il sentire di non avere un posto in un mondo binario basato su due poli, quello maschile e femminile, opposti e complementari, la battaglia per la depsichiatrizzazione della condizione transgender, il lesbismo transescludente, la sofferta decisione di lavorare indossando panni e identità maschile, i deliri del complottismo “anti-gender” e un amore mediato da una menzogna sulla propria identità.
Il tutto è condito da un sapore di musical (iù meic mi fiiiil, laic e netural uomaaaan!) e dagli alleati: l’immancabile coinquilina trans e la task force “trucco e parrucco istantaneo”...


Nathan

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giovedì 21 febbraio 2019

Lettera a Daniela Danna su "La Piccola Principe"



Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate; alla fine, ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che, secondo me, deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.
Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.




daniela danna la piccola principe


Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico e appunto considerazioni pagina per pagina.
            Inizio dalle persone a cui ti rivolgi: ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché, finora, sono state “socializzate” come tali. Dal tuo punto di vista, ciò ha senso; ma, se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona questioning. Temo, però, che ciò vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.
            Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm: per esempio, a quel “me giovane” che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm e di ftm gay), si è sentito “cancellato e frainteso”; ma che si rivolga, piuttosto, a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale - quindi, non si rende conto di essere portatrice di una tematica di “lesbismo” o di “ruoli” e di non essere, quindi, transgender...



Nathan

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