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lunedì 25 ottobre 2021

Gesti d'amore (olimpici e non)

 È trascorsa l'estate. 

Olimpiadi 2020

Un’estate pazzesca, nervosa, instabile, ancora attorniata da limitazioni e incertezze, da discussioni e interessi di potere, ma anche da tante soddisfazioni sportive.

Le Olimpiadi 2020 hanno segnato un traguardo positivo, entrando a pieno titolo nella storia: sia per le soddisfazioni a livello di prestazioni, medaglie e primati mondiali, sia per i gesti significativi, di rappresentanza, di slanci d'amore e di affetto verso tutta la comunità, come invito ad aprire la mente. Sono avvenuti tantissimi coming out volti a promuovere il coraggio, la forza e il rispetto - non solo in campo. 

Quelli di Tokio 2020 sono ufficialmente i giochi più inclusivi di sempre, con ben duecento atleti appartenenti alla comunità glbtqia+: il triplo rispetto a Rio 2016. (Fonte : Outsports.com) 

Lucilla Boari, con dolcezza, si é commossa davanti al video della sua compagna Sanna. 

Alice Bellandi ha dichiarato di amare il Judo e la sua fidanzata Chiara. Rachele Bruni, già ai giochi di Rio 2016, dedicò la medaglia alla partner Diletta. 

Rivendica con energia il diritto di amare e alla fluidità senza etichette Paola Egonu, che (tempo fa) dichiarò: "Mi sono innamorata di una donna, ma mi potrebbe succedere anche con un ragazzo: dov’è il problema?”. 

La vogatrice polacca Katarzyna Zillmann ha fatto coming out non appena tornata a terra, in televisione, sull’onda dell’emozione per la vittoria di un argento:

”È per la mia fidanzata”...


Stefano "Steven" Belloni


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sabato 16 ottobre 2021

Una causa contro la Yeshiva University

 Introduzione

Yeshiva University


Si tratta della traduzione dell’articolo “‘Second class citizens’: LGBTQ students allege culture of alienation and fear at Yeshiva University = ‘Cittadin@ di seconda classe’: @ student@ LGBTQ sostengono che nella Yeshiva University c’è una cultura di alienazione e paura” di Marie-Rose Sheinerman pubblicato il 4 Maggio 2021 sul sito web dell’edizione inglese della gloriosa rivista ebraica americana (ora solo online) The Forward, fondata nel 1897 (originariamente in lingua yiddish con il nome Forverts – della rivista esiste ancora una sezione in codesta lingua).

La rivista è di orientamento progressista (nel 1897 era addirittura socialista – non per niente “Forverts” e “Forward” si traducono con “Avanti!”), e non lo dimostra solo affrontando le questioni ebraiche ed americane, e le problematiche LGBT+, ma anche il conflitto israelo-palestinese.

Invece la Yeshiva University (abbreviata in Y. U.) è un’università privata ebraica ortodossa, con sede a New York City (esiste un liceo con un nome ed orientamento simile, la Yeshiva University High School of Los Angeles, ma le due scuole non sono affiliate tra loro); come precisa l’articolo, i corsi non propriamente rabbinici sono aperti a tutt@, ma questo non ha impedito ciò di cui si lamentano @ student@ che all’università hanno fatto causa. 

Le note tra parentesi quadre sono mie. Ricordo che in inglese molte parti del discorso non hanno forme distinte per genere, e molti sostantivi (come “counselor”, “professor”, “student”, “teacher”, ma anche “child”, “parent”, “sibling”, “spouse”, e pure “cat”, “dog”, eccetera) sono di “common gender”, ovvero non specificano se la persona o l’animale a cui si riferiscono sono maschi o femmine, per cui ho usato moltissimo l’“@” per mantenere l’indeterminatezza dell’originale. Mi spiace, considero il “maschile comune” un orrore delle grammatiche italiana ed ebraica.


Traduzione


‘Cittadin@ di seconda classe’: @ student@ LGBTQ sostengono che nella Yeshiva University c’è una cultura di alienazione e paura

Di Marie-Rose Sheinerman


Molly Meisels, allora al quarto anno di corso alla Yeshiva University, lo scorso autunno fu accolt@ nel suo corso con un insolito messaggio di un@ professor@: “Non m’importa se sei un ‘he = egli’, una ‘she = ella’ od un ‘it = esso’”.

[I pronomi personali e possessivi inglesi hanno tre generi: maschile, femminile, neutro – quest’ultimo si applica quasi solo agli esseri inanimati; come pronome “gender-neutral”, ovvero che non specifica il genere/sesso della persona, e non lo presume, è stato ripescato dal passato della lingua inglese (14° Secolo) il pronome “they”, che di solito invece corrisponde all’italiano “loro” - @ professor@ in questione non lo ha voluto usare, perché per l@i rinunciare ad esplicitare il proprio genere significava rinunciare alla propria umanità e vitalità].

Meisels, 22 anni, un@ de@ poch@ student@ del corso di laurea di primo livello apertamente LGBTQ in un’università di oltre 2 mila student@, ricordò di sentirsi colt@ alla sprovvista, ma non sorpres@. Aderendo ad una pratica sempre più comune nell’epoca della didattica a distanza, Meisels, che si identifica come bisessuale e non binari@, aveva scritto tra parentesi i suoi pronomi preferiti (they/she = loro/ella) insieme con il proprio nome su Zoom – l’unic@ student@ delle due dozzine di partecipanti al corso ad averlo fatto.

“Mi sono sentit@ pres@ proprio di mira, a disagio ed in pericolo”, ha detto Meisels, che frequentava lo Stern College for Women, una divisione della Y. U., ed aggiunto: “Per il resto del semestre, in quel corso, ho levato i miei pronomi dal mio nome, non ho parlato, ho fatto i miei compiti, e basta”.

Non era affatto la prima volta che Meisels si era sentit@ pres@ di mira all’università. Il caso fu percepito come uno solo dei tanti anelli di una catena lunga quattro anni di quella che Meisels e @ cinque altr@ student@ che hanno parlato con the Forward hanno visto come una cultura di silenzio alienante e paura costante che circondava i loro orientamenti sessuali [sexualities] e le loro identità di genere, alimentata dalle politiche dell’amministrazione della Y.U. e dall’evidente resistenza al cambiamento del corpo studentesco...


Raffaele Yona Ladu


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mercoledì 22 settembre 2021

Il Simposio - Leggende metropolitane

 Come chiunque sa, sono dette “leggende metropolitane” quelle storielle inverosimili che titillano però paure e credenze esistenti… al punto da ottenere talora anche una certa risonanza mediatica. Il mondo della sessualità, soprattutto se si tratta di minoranze come quella LGBT, è particolarmente adatto a ispirare questo genere di leggenda. Ecco che il titolo di questo Simposio vuole essere sottilmente provocatorio: quanto c’è di vero in quello che crediamo di sapere del mondo LGBT? 

il simposio leggende metropolitane

            Pensiamo a quanto viene detto sui social e in televisione in merito alla cancel culture e al politically correct: “Sono loro a discriminare! Vogliono censurarci!” Ebbene, sappiamo che deluderemo molta gente, ma un articolo di questo numero smonta proprio la leggenda metropolitana delle minoranze “brutte e cattive” che vogliono “tappare la bocca” agli altri.

            Un vero e proprio falso storico è invece quello della cintura di castità imposta dai crociati alle mogli. Ma, allora, a cosa serve? La risposta vi sorprenderà…

            Sarebbe bello se fossero solo leggende metropolitane le storie di molestie agli studenti queer nelle università. Invece, è assolutamente reale il caso della Yeshiva University, di cui leggerete.

            Sarà poi vero che “gli ftm lo fanno meglio?” Scopritelo nell’intervista intitolata, appunto, FTM Do It Better. A dispetto del titolo, non c’è alcunché di pruriginoso: solo le voci di ragazzi transgender che ci parlano del loro modo di essere uomo.

            Oltre a questo, incontrerete la poesia di un amore saffico finito, i gesti d’amore che hanno accompagnato le ultime Olimpiadi e alcune vignette pungenti.

            Buon viaggio tra realtà e surrealtà!


Il Simposio - Leggende metropolitane è disponibile su Amazon in formato Kindle

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venerdì 2 aprile 2021

Un libro di preghiere LGBT

 Nell’anno 5780/2020, la CCAR Press, casa editrice della CCAR (Central Conference of American Rabbis – la conferenza dei rabbini del movimento ebraico riformato americano), ha pubblicato un supplemento LGBT+ ai suoi libri di preghiera, intitolato “Mishkan Ga’avah : Where Pride Dwells . A Celebration of Jewish LGBTQ Life and Ritual” (disponibile anche su Amazon Kindle) – titolo e sottotitolo possono tradursi “Il santuario dell’orgoglio : Ove dimora l’orgoglio . Una celebrazione della vita e del rituale ebraici LGBTQ”.

Libro di preghiere LGBT

Trattandosi di un supplemento, e non di un libro di preghiera a sé stante, ho voluto acquistare e leggere anche il libro di preghiera “base”, quello che vale per quasi tutti i giorni dell’anno, e si chiama “Mishkan T’filah = Il santuario della preghiera”, pubblicato nel 5767/2007, disponibile anche su Amazon Kindle.

Insieme con esso ho letto il suo commento “Divrei Mishkan T'filah : Delving into the Siddur = Le parole del Mishkan T’filah : Approfondire il Siddur [libro di preghiera per il tempo ordinario]”, pubblicato nel 5777/2017, e disponibile anch’esso su Amazon Kindle.

E scoprirete poi perché ho letto anche il libro “Mishkan R’fuah : Where Healing Resides = Il santuario della guarigione : Dove risiede la guarigione”, pubblicato nel 5772/2012, disponibile anch’esso su Amazon Kindle.

Il libro “Mishkan Ga’avah” è molto interessante in quanto gli autori (rabbin* e laic* di ogni genere, ma LGBT+) hanno voluto predisporre preghiere e riflessioni per ogni momento della vita di una persona LGBT+, ma evidenzia per contrasto i limiti di “Mishkan T’filah”: questo testo infatti non dice nulla di biasimevole, ma finisce con il passare sotto silenzio ciò che è LGBT+...


Raffaele Yona Lâdû


Prosegue su: Il Simposio - Quell* come noi. Disponibile su Amazon come Kindle e cartaceo.

giovedì 11 marzo 2021

Esce "Il Simposio - Quell* come noi"

 Essere o non essere LGBT? Questo è il problema. Nel senso che, oggigiorno, comprendere chi sia “dentro” o “fuori” la comunità arcobaleno non è d’immediata comprensione. Si moltiplica la tanto contestata varietà di termini, inglesi e non: non binary, genderqueer, genderfluid, asessuali, aromantici, intersessuali… 

Il Simposio lgbt Quell* come noi

È anche alquanto naturale che sia così. La comunità LGBT, come mostra la sua bandiera, è un arcobaleno: un insieme di diversi colori. Oltretutto, una volta scoperchiato il vaso della “diversità sessuale”, è stato impossibile richiudere nell’oblio le varie sfumature dell’orientamento erotico-affettivo e dell’identità di genere.

Abbiamo perciò preso spunto (ritoccandolo ad hoc) dal titolo di un recente saggio di due storici del mondo LGBT, Luca Locati Luciani e Andrea Meroni: Quelle come me. La storia di “Splendori e miserie” di Madame Royale (Varazze 2020, PM Edizioni).

Chi sono quell* come noi? 

Sono quell* che hanno trascorso “adolescenze segrete” d’innamoramenti non eteronormativi, spesso perdendosi successivamente di vista. Sono quell* il cui eros può trovarsi censurato sui social, o che hanno bisogno di libri di preghiere appositi per poter esprimere la propria fede in religioni come l’Ebraismo. Sono quell* che, come le donne lesbiche americane, hanno bisogno di creare e sperimentare “il proprio mondo” all’interno di bar e di luoghi d’incontro appositi. 

Il tutto distinguendosi dai frequentatori di altri “ghetti sessuali”, come “incel” e “redpillati”: questo numero dedica un’analisi anche ai loro movimenti.

La novità più significativa, però, è la nostra rubrica di poesia.

Benvenut* fra noi!


Il Simposio - Quell* come noi è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.

sabato 2 gennaio 2021

Di panfobia e d'altri demoni

Proseguendo nell'esaminare la realtà interna alla comunità LGBT+, è impossibile non notare la forte deriva panfobica intrapresa da parte della comunità omosessuale ed anche bisessuale. 

panfobia

La definizione stessa di pansessualità, attrazione erotico-affettiva a prescindere dal genere, sembra essere diventata inaccettabile per molte persone.

La cancellazione quindi inizia da frasi (dette, ovviamente, da persone non pansessuali) come “non penso quella sia la definizione usata dalla maggioranza delle persone pansessuali”. Quando la definizione è esattamente quella.

Si passa poi a perle come “è solo un modo apparentemente più aperto di definire la bisessualità” o “si sovrappone perfettamente alla bisessualità”. Per rimanere ovviamente nell'ambito di chi ancora si esprime con un minimo di educazione.

Quali sono queste definizioni che dovrebbero sovrapporsi perfettamente ed essere quindi identiche?.

 

BISESSUALITÀ: attrazione verso due o più generi, può avere preferenze variabili verso i generi dai quali la persona è attratta.

 

PANSESSUALITÀ: attrazione a prescindere dal genere. Ovvero il genere della persona, qualunque esso sia, non è un elemento nella formazione dell'attrazione. Lo sono elementi comunicativi verbali e non verbali che esprimono in maniera immediata la personalità di chi abbiamo davanti.

Andiamo ora a vedere le varie accuse che vengono rivolte alle persone pansessuali.

LA PANSESSUALITÀ È BIFOBICA: sostanzialmente, a quanto ho avuto modo di vedere, con questa accusa si sostiene che (definendoci pansessuali) stiamo svilendo in qualche modo le persone bisessuali. Per alcuni, a quanto pare, sentire qualcuno definirsi pansessuale è come ricevere un'accusa di essere interessati unicamente alla fisicità di una persona o solo e unicamente al suo genere. Nessuno che abbia mezzo grammo di cervello funzionante nega che una persona bisessuale sia attratta anche dalla personalità di chi incontra.... resta il punto centrale che, se la personalità non è manifestata da una persona appartenente alla rosa dei generi preferiti, l'attrazione erotico-affettiva non si sviluppa.

Per una persona pansessuale, invece, la presenza degli elementi espressivi della persona è la condizione che fa scattare l'attrazione; il genere è una considerazione del tutto ininfluente.

Niente di quanto detto implica un concetto di migliore o peggiore: molto semplicemente, è una descrizione di come nasce e si sviluppa l'attrazione in persone diverse fra di loro...


Aleister Erika Lupano


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giovedì 8 ottobre 2020

... E ci siamo sbagliati

 Introduzione

Il titolo originale dell’articolo (che qui vi traduco) della rabbina Noa Sattath, pubblicato su Forward, gloriosa rivista ebraico-americana, il 16 Giugno 2020, sarebbe “Speravamo che l’accettazione LGBTQ in Israele aiutasse i palestinesi. Ci siamo sbagliati” – ma abbreviare non fa mai male. Ecco ora la traduzione – le note tra parentesi quadre sono del traduttore. 

pride israele

 

Traduzione

La nostra teoria del cambiamento era che, se Gerusalemme sarà più tollerante verso la comunità LGBTQ, diventerà naturalmente più tollerante verso i palestinesi.

Sebbene il cambiamento progressista in Israele avvenga di rado e con lentezza, l’unica area in cui c’è un cambiamento coerentemente positivo è data dai diritti LGBTQ. Il Mese del Pride è un bel momento per riflettere sui successi passati e sulle sfide future del nostro movimento israeliano.

Il progresso negli ultimi vent’anni verso eguali diritti e la piena accettazione della comunità LGBT è la prova che la società israeliana può cambiare, se viene costretta. I successi recenti nel campo dei diritti LGBT comprendono una vittoria nel nostro equivalente del caso [americano] “Masterpiece Cakeshop” [una pasticceria di Lakewood, Colorado, che nel 2012 si era rifiutata di preparare la torta nuziale di un matrimonio gay. Il caso è finito davanti alla Corte Suprema USA col numero 16-111, e nel 2018 essa ha dato ragione alla pasticceria] – si tratta di una stamperia di Be’er Sheva‘ che è stata multata da un tribunale israeliano per essersi rifiutata di stampare volantini per un’organizzazione LGBTQ. Di quello che sembrava un caso particolare di rilievo locale abbiamo fatto un precedente nazionale contro le discriminazioni.

Nel 2005, quando il tribunale impose al Municipio di Gerusalemme di appendere le bandiere arcobaleno per la parata del Pride, la TV locale trasmise un servizio in cui si intervistavano dei gerosolimitani che proprio non sapevano che cosa simboleggiasse la bandiera. “È la bandiera drusa [che in effetti le assomiglia]?”, chiese nel 2003 uno degli intervistati in una strada di Gerusalemme. “È forse un simbolo della primavera?”, propose un altro. Quasi nessuno conosceva la bandiera e pochi sostenevano la comunità LGBT. La trasformazione della coscienza ed il cambiamento nella condizione giuridica della comunità LGBT è senza dubbio la vittoria liberale definitiva degli ultimi anni.

Per noi, gli attivisti che 15 anni fa guidavano la comunità LGBTQ a Gerusalemme, era chiaro che stavamo combattendo una battaglia giusta per i membri della nostra comunità, ma allo stesso tempo combattevamo per migliorare Gerusalemme in un senso assai più ampio.

La nostra teoria del cambiamento era semplice: quando Gerusalemme sarà più tollerante verso la comunità LGBTQ, diverrà naturalmente più tollerante verso i palestinesi... 

Raffaele Yona Ladu

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venerdì 2 ottobre 2020

Le "etichette" servono davvero?

 Ed eccola qui. 

etichette lgbt

Giunge puntuale come la cacarella – che, forse, sarebbe ancora preferibile – all'affacciarsi del Pride Month, l'eterna manfrina sulle "etichette LGBT" e su quanto esse siano fastidiose, ridicole e inutili.

 

"Sono troppe, fanno ridere, non si capiscono, ogni anno ne spuntano di nuove. Cheppalle!"

 

Ovviamente, senza dimenticare le battute trite e ritrite (che ormai non fanno ridere più nessuno) sulla lunghezza della sigla LGBTQIA+.

Guarda caso, questo discorso salta sempre fuori avendo come oggetto di critica le cosiddette "minoranze nelle minoranze", ovvero quelle soggettività meno note e – forse? – meno numerose della comunità: persone pansessuali, panromantiche e aromantiche, asessuali, intersex, non-binary, poliamorose. L'esistenza di una ricca varietà di identità di genere, in particolare, sembra proprio dare fastidio e suscitare critiche feroci.

Insomma: già ci sono gay e lesbiche e tante grazie che ogni tanto ci ficchiamo in mezzo trans e bisessuali; questi altri che vogliono?

 

LE MOTO SÌ. LE FROCIE NO.

Ho riscontrato, in particolare, che ci sono due categorie specifiche di persone che sembrano essere gravemente turbate dall'ampliarsi di termini che descrivono genere e identità:

1.                  persone cis-etero, maschi in particolare – manco a dirlo, non me lo sarei MAI aspettato;

2.                 persone della comunità più conservatrici che imputano alle varietà identitarie del movimento qualsiasi problema interno al movimento stesso.

Ho frequentato per un certo periodo diversi biker che si sono tutti premurati di spiegarmi le sostanziali differenze tra diversi tipi di moto e tutta la tassonomia Harley-Davidson perché – giustissimamente e ci mancherebbe pure – uno Sporster non è certo un Panhead degli anni '60. Ho frequentato anche parecchi metallari e musicisti che – sempre giustamente – tengono moltissimo a differenziare i diversi sottogeneri del metal, molti dei quali mi sono talvolta stati spiegati, anche se il mio interesse verso l'argomento era, in quel momento, tendente allo zero – ma vuoi mica non ascoltare il maschiochespiegacose?!

Queste persone sono perlopiù le stesse che, pregate di usare il genere giusto riferendomi alla ragazza che frequentavo – una donna transgender, quindi MtF – o quando spiegavo che sono una persona di identità non binaria, mi rispondevano seccati che a loro non interessava:

 

"Troppi termini nuovi da imparare".

"Ah, ma io non riesco a stare appresso a tutte queste parole che vi inventate ogni volta."

"Ok. Ma io dico così ("frocio", "maschia", "travone" o vai di misgendering selvaggio)."

 

Insomma; per la tua moto del cazzo i termini li impari volentieri; per mostrare un minimo di rispetto alla persona che hai di fronte no...


Giulia Cosmo Fragapane


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Perché il Pride ha funzionato

 Samuel Delaney è un noto scrittore di fantascienza omosessuale. Nella sua autobiografia The Motion of Light in Water, ci racconta di un episodio, avvenuto negli anni in cui il moderno movimento LGBT+ doveva ancora spiegare le ali, che ci permette di capire come e perché funzioni il giogo dell’oppressione eteronormativa e in che modo il Pride sia stato e rimanga l’unico modo per liberarcene. 

perché il pride ha funzionato

Siamo negli Stati Uniti, in un tempo in cui gli incontri tra uomini omosessuali avvenivano, per forza di cose, nel buio imbarazzato di un parcheggio, nascosti tra un autotreno e l’altro: giusto per il tempo necessario a strappare un fugace barlume di piacere al chiaro di luna.

Ad un tratto, la sirena ficcanaso della polizia colora lo spiazzo di blu e rosso, mentre Delaney e compagnia fuggono mimetizzandosi tra le ombre fuori dal parcheggio.

Delaney è sorpreso: il giorno seguente, i giornali riporteranno solo una decina di arresti; ma, tra i fuggitivi, lo scrittore conta quasi un centinaio di uomini.

Tra le file di veicoli parcheggiati, era difficile vedere poco più del partner con cui si stava passando la serata e nessuno degli avventori aveva idea di quante persone fossero effettivamente nascoste in quel parcheggio: il numero era semplicemente sbalorditivo...


Marco Sassaro


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venerdì 18 settembre 2020

La quarantena e le persone "rainbow"

 Per le persone LGBT, la quarantena ha rappresentato un miglioramento o un peggioramento di vita? Quali differenze tra velati e dichiarati? Cosa cambia, a seconda di chi sono i nostri “compagni di quarantena”? 

quarantena lgbt

 Ho temporeggiato, prima di scrivere su come noi persone LGBT (e in particolare T) stiamo vivendo questa quarantena, perché partecipare ai gruppi di condivisione e socializzazione virtuali mi ha dato la possibilità di confrontarmi con altre persone in condizioni simili alla mia.


 La quarantena? Un miglioramento della qualità della vita

 Personalmente, consideravo la quarantena un miglioramento alla mia vita. Si erano autoeliminate un sacco di prassi stressanti e disforiche che accettavo come dato di fatto ineliminabile: il “ciao cara” della signora del bar di fronte all’ufficio, misgendering vari, non poter mostrare le gambe pelose in estate, non potermi far crescere “il pizzetto”, dover stare fasciato per intere giornate, e così via.

Lo smart working permetteva di avere con colleghi, capi e clienti i contatti minimi e, quindi, di evitare tutti gli episodi di involontaria disforia che queste persone, loro malgrado ci causavano. Credo sia stato così anche per chi (universitario o liceale) si è approcciando alla didattica online.

 

La vita domestica: dipende da con chi sei…

 Per quanto riguarda invece le dinamiche inter-relazionali in casa, credo che molto sia dipeso dal “con chi” abbiamo vissuto la quarantena.

Penso che la mia sensazione di benessere dipendesse dal fatto che ho trascorso la quarantena col partner, una persona che ha un orientamento rivolto verso il mio genere (gli uomini) e che come uomo mi ha conosciuto e scelto.
Penso che sia stata difficile per chi, invece, era impegnato in relazioni in cui c’era una cancellazione del proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, o (caso ancor peggiore) in cui la persona doveva condividere gli spazi con la famiglia d’origine, per problemi economici, o per via della loro salute o bisogno di assistenza, soprattutto nel caso in cui queste persone non conoscono o non accettano l’identità di genere e/o l’orientamento sessuale della persona rainbow...


Nathan


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giovedì 3 settembre 2020

Esce "Il Simposio - La libertà del sole"

 Il titolo di questo Simposio fa venire in mente l’estate, la stagione del Pride - che, quest’anno, ha dovuto fare i conti con l’emergenza Covid. Pensare e scrivere, a ogni modo, non è interdetto e non diffonde il contagio. Ecco che la nostra esistenza e la nostra visibilità si sono espresse in questi articoli.

           


La libertà del sole… quella di risplendere sotto gli occhi di tutti; quella di creare (grazie alle gocciole d’acqua sospese in aria) i colori dell’arcobaleno: simbolo del movimento LGBT, ma anche famoso per aver accompagnato il motto “Andrà tutto bene”, durante la quarantena.

            Era libero come il sole Freddie Mercury, quando brillava nelle proprie performance. La nostra rubrica di cultura pop parla di Bohemian Rhapsody, il film che (tra diverse polemiche) ha fatto rivivere il suo mito. Della quarantena parla invece l’articolo di Nathan, mostrando cosa essa abbia significato per le persone LGBT: liberazione da dinamiche sociali tossiche (in alcuni casi) e prigione (in altri).

            La prigione peggiore, però, è quella che “nega il sole” di una visibilità rispettata a “minoranze nella minoranza”: come avviene agli asessuali, secondo Aleister Erika Lupano. È una nostra nuova penna, a cui diamo il benvenuto, così come a Giulia Cosmo Fragapane e Marco Sassaro.

Ormai classici (per la nostra rivista) sono invece i pezzi sulla sacralità del piacere: vedremo come l’eros possa farsi “libero” e “solare”.

            Dal godere al dovere: doverose considerazioni sulla proposta di legge contro l’omotransfobia avanzata dall’On. Zan.

            Il riferimento al sole presente nel titolo deve molto all’autore trattato nella nostra rubrica di letteratura: il poeta algerino Jean Sénac, che si firmava proprio con un sole stilizzato e cantava (fra l’altro) dell’ “amante di Helios” (= “sole”, in greco). Questo personaggio è un poeta guerriero che combatte per una terra in cui sia possibile la libertà: libertà dal colonialismo, ma anche dall’omofobia.

            Impossibile sembrerebbe invece il sogno di un Israele contemporaneamente aperto alle realtà LGBT e al rapporto sereno con la comunità palestinese…

            Decisamente meno utopico di quanto non possa sembrare è il potenziale liberatorio del Pride: un’occasione per “uscire dal buio” e vedere realmente “quanti siamo”, in tutta la dirompenza della folla.

            Nonostante la comunità LGBT sia ormai impossibile da ignorare, esistono ancora realtà (come quella degli ebrei ortodossi) che necessitano di affrontare l’esistenza di minoranze sessuali al proprio interno. Possono ancora permettersi di chiudere gli occhi o dovranno… guardare in faccia il sole?

Di certo, la luce della consapevolezza non può fare a meno delle parole, da sempre strumento per delineare nettamente la realtà nella nostra mente. Ecco perché tutte quelle “etichette” all’interno del “cappello LGBT” esistono e servono.

Un solo augurio: siate liberi di esistere… e di splendere.


Disponibile su Amazon come ebook Kindle e cartaceo.

mercoledì 14 agosto 2019

Madame X: il volto orgoglioso di Madonna




madonna madame xL’eccesso è una forma d’arte, un modo per esprimere le proprie necessità, bisogni e personalità. E Madonna, icona LGBTQ da quasi quattro decadi, lo sa bene. Nata - artisticamente - nei locali gay newyorkesi e poi divenuta star planetaria in pochi piccoli passi costellati da crocefissi e provocazioni pop, cresciuta proponendo tour mondiali simili a musical e film (non sempre) memorabili, maturata dopo scandali e grandi gesti di filantropia: Madonna pian piano è cambiata ma non ha mutato la sua essenza primordiale. Stupire, lasciare un segno, essere tremendamente superficiale ma solo all’apparenza, questa è Madonna e questa è Madame X. 
La sua insegnante di danza – la mitica Martha Graham, colei che fu la regina del ballo moderno - la dipinse come una ragazza ogni giorno diversa, ogni settimana pronta ad incarnare un personaggio differente. E quindi, ispirata dalle parole di una donna e ballerina straordinaria, Madonna ha deciso di essere se stessa ancora una volta: Madame X, una figura senza volto ma dall’identità stabile, camaleontica e granitica come la mutevole pelle di un serpente...

Luca Foglia Leveque


Prosegue su Il Simposio - Diamanti. Disponibile on line nella versione Kindle o paperback. Chi ne ordinerà una copia cartacea riceverà quella elettronica in omaggio.