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lunedì 15 giugno 2020

Non è un Paese per genderqueer

Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord; nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva, gli inquilini erano stati divisi in maschi e femmine e si sentiva estraneo ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente

non è un paese per genderqueer

Anche all’università, l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e Louis Vuitton.
Non tornava a casa da molto tempo: preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti, a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno (i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni) diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale, lì ,aveva potuto essere chi realmente era ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.
Ale, a Milano, si tagliava i capelli da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.
Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle curiose e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti...


Nathan


Il Simposio - Non è un Paese per... è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.

martedì 12 maggio 2020

Il Simposio - Non è un Paese per...


Non è un paese per… Per chi? Per cosa? L’interruzione lascia un vuoto che pone domande.
Il titolo di questo numero si ispira visibilmente a uno degli articoli contenuti in esso: Non è un Paese per genderqueer. Ma quel “buco” può essere riempito da altri “indesiderati”, normalmente “tollerati” - quella che già Pasolini definiva come forma di condanna più raffinata.
Comprendere le dinamiche di discriminazione e privilegio, innanzitutto, richiede un lavoro di analisi intersezionale della società, che mostri le interconnessioni fra genere, razza, classe, orientamento sessuale e altri elementi. 
il simposio lgbt non è un paese per

A proposito di orientamento sessuale e di genere, vedremo come due film di argomento yiddish affrontino queste tematiche in un modo che è probabilmente inusuale per chiunque stia leggendo in questo momento.
Attraverso un romanzo, conosceremo una storia di maturazione e scoperta di sé da parte di un uomo gay attraverso il rugby.
La nostra rubrica di cinema e spettacolo ci racconterà invece la storia vera di due donne che si sono amate tra mille rischi, nella Germania nazista.
L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ci ha invece portati a pubblicare un articolo su quanto le epidemie accentuino le fragilità sociali e la solitudine che già pesano su alcune persone, come le donne transessuali costrette a prostituirsi.
Un sorriso arriva dalle vignette, sebbene si tratti di un sorriso amaro sugli atteggiamenti machisti e sessisti di certi “microcefali”.
Dal “come devono essere le donne” dettato dai “veri maschi” al “come devono essere gli uomini” secondo coloro che vorrebbero “contrastare la dismisura del desiderio maschile”: ci sarà sempre qualcuno che pretenderà di stabilire il “dover essere” del prossimo?
Concludiamo questa carrellata di “indesiderati” con le immagini di chi è “desiderato” certamente: due fotomodelli, esempi di “equilibri” estetici immortalati in fotografia.

Il Simposio - Non è un Paese per... è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.

sabato 23 novembre 2019

Claude Cahun: uno, nessuno e centomila gender



Uno, due, tre: gender!
Maschile, femminile, neutro?
Si fa presto  a domandare se tu sia uomo o donna e quale sia il tuo orientamento sessuale.
Ma Lucy Renée Mathilde Schwob,  per sfuggire all’impertinenza della domanda, all’equivoco, provocatoriamente lo conferma, scardinandolo nel corso di tutta la sua vita pubblica e privata, e sceglie un nome d’arte evocativo di un’identità-non identità plasmabile, oscillante tra il maschile - femminile e l’assonante discendenza ebraica, quasi si trattasse di un terzo genere.
Claude Cahun: l’incarnazione dell'ambiguità. 
claude cahun

 “Neutro è il solo genere che mi si addice sempre” dichiarerà, lasciando trapelare l’intimo desiderio di esser sempre qualcos'altro, qualcun altro, altrove, libera  dalla necessità d’esser relegata in una forma, d’esser contestualizzata in un preciso spazio temporale, distante dai confini, dalle definizioni, dalle etichette, da cui rifugge trasponendo un’originalità sperimentale, unica, nei suoi autoritratti onirici, negli scatti fotografici en travesti, in cui rivela tutto il suo talento indiscusso per la fotografia come ricerca profonda di altro da Sé. 
La sua inclinazione artistica dominante fu la fotografia, dopo un primo momento in cui si dedicò alla scrittura. E sarà proprio la fotografia a renderla finalmente visibile.
 Claude Cahun, scrittrice,  fotografa, scenografa, poetessa innovativa, al di là del tempo, ancor oggi  fonte di ispirazione  per molti artisti, nacque a Nantes nel 1894, da Victorine Mary Antoinette Courbebaisse e da un noto giornalista, Maurice Schwob.
Trascorse gran parte dell’infanzia “nascosta sotto la tavola della cucina” di una casa agiata con il privilegio d’esser nata in una famiglia borghese e benestante. Privilegio che non la preserverà dal sentore di un clima cupo, opprimente, derivante dalla follia della madre (poi internata in manicomio) e da una salute cagionevole.
 L’anoressia, l’uso di droghe e alcuni tentativi di suicidio evidenziano, fin dalla giovinezza, una fragilità inquieta, impressa profondamente nelle pieghe dell’anima e nel corpo, fino all’incontro provvidenziale con Suzanne Malherbe, disegnatrice e giovane promessa delle arti grafiche, sua coetanea e altrettanto curiosa adolescente diciassettenne...

Eva Gili Tos

Continua su Il Simposio - Il coraggio di essere. Disponibile su Amazon nei formati Kindle e paperback

sabato 16 novembre 2019

Esce "Il Simposio - Il coraggio di essere"




«Il coraggio di vivere?» «No: Il coraggio di essere!» Possiamo così riassumere efficacemente il breve dibattito occorso in occasione della scelta del titolo per questo numero. Abbiamo lasciato il buon Lucio Battisti ai propri languori (se siete suoi fan, non vogliatecene) e abbiamo optato per qualcosa di più incisivo. 


Il Simposio lgbt rivista il coraggio di essere

Essere o non essere? Essere o apparire? Sarebbe facile fare citazionismo e proporre i soliti dilemmi. Perché questi sono bivi davanti ai quali chiunque può trovarsi. Senza nemmeno rendercene conto, la vita ci pone continuamente di fronte a difficili opzioni. Velarsi dietro una maschera? Lasciarsi trascinare da ciò che altri hanno voluto per noi? O pensare ciò che effettivamente pensiamo, desiderare ciò che davvero desideriamo, trovandoci così a rendere conto di tutta la nostra vita?
L’ha fatto la fotografa Claude Cahun, in amore e nell’arte. L’hanno fatto coloro che denunciarono l’omofobia negli anni ’80-’90. L’hanno fatto tre amici (fittizi, ma verissimi come non mai) nell’ultimo romanzo di Krogh. Ma, soprattutto, l’ha fatto Marie, originaria di un villaggio senegalese e testimone di come, ancora oggi, la sessualità femminile possa essere forzata, con l’imposizione del matrimonio (e dell’eterosessualità).
Proseguiremo con la scoperta di una verità insospettabile sul piacere erotico, poi con la commovente e feroce storia di Brandon Teena, ragazzo transgender.
Vedremo anche esempi di dialogo interreligioso in Africa, fra necessarie e difficili aperture. La penna competente della dott.ssa Roberta Ribali ci parlerà poi della preziosa alleanza fra persone transgender e psichiatri, al momento del percorso giuridico e medicalizzato di transizione.
Per rinfrescare lo spirito, oltre a tanto coraggio e dolore, troveremo qualche sorriso sulla vita da ftm e sensuali scatti di corpi maschili. Essere o non essere… felici? Questo è il quesito.


Il Simposio - Il coraggio di essere è disponibile su Amazon nei formati Kindle e paperback

sabato 23 marzo 2019

La seconda piaga dei no gender


Genesi 1:27 (“Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”) è un brano biblico spesso usato per dimostrare che, nel progetto divino, prima del peccato di Adamo, sessi e generi dovevano essere solo due e che, pertanto, intersessualità, fluidità di genere, transessualità sono conseguenza di quel peccato, demoniache sul piano religioso e patologiche sul piano medico. 
genesi maschio e femmina li creò

Una teologa evangelica, Megan DeFranza, autrice di Sex Difference in Christian Theology: Male, Female, and Intersex in the Image of God, e che creato il sito https://www.intersexandfaith.org/ con Lianne Simon, intersessuale, ha confutato elegantemente tale lettura.

Leggiamo Genesi 1:20-23 (le traduzioni sono della Nuova Riveduta):

20 Poi Dio disse: «Producano le acque in abbondanza esseri viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l'ampia distesa del cielo».
21 Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, e che le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, e ogni volatile secondo la sua specie. Dio vide che questo era buono.
22 Dio li benedisse dicendo: «Crescete, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, e si moltiplichino gli uccelli sulla terra».
23 Fu sera, poi fu mattina: quinto giorno.



Genesi 1:24-31:

24 Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». E così fu.
25 Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono.
26 Poi Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».
29 Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento.
30 A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu.
31 Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno.

Ora, facciamoci questa domandina: quando ha creato Dio le rane?
Esse sono animali anfibi, che vivono la loro vita larvale in acqua e quasi tutta quella adulta sulla terra. Secondo i versetti citati, se noi le consideriamo animali acquatici, sono state create il quinto giorno; se le consideriamo animali terrestri, il sesto giorno.
La Bibbia, da sola, non ci fa uscire dall’aporia, non ci dà la risposta. E questo non perché l’autore biblico ignorasse le rane: sono la seconda piaga d’Egitto (Esodo 8:1-14; Salmi 78:45 e 105:30).
Dobbiamo accusare l’autore biblico di negligenza? Non mi pare il caso. Più probabile è che egli non intendesse creare una tassonomia esaustiva dei viventi. Poiché le rane ci sono sì in Terra d’Israele/Palestina, ma non è facile trovarle (oggi meno di un tempo, perché gli inglesi prima e gli israeliani poi hanno bonificato diverse paludi, per eradicare la malaria ed avere nuove terre da coltivare), avrà pensato che si potessero trascurare nella sua classificazione delle creature di Dio. Sarebbe stato più grave trascurare le creature più familiari ai suoi lettori.
Lo stesso ragionamento si può applicare a Genesi 1:27. Megan DeFranza parla nel suo blog di “dimorfismo non-stretto”, in cui si citano i generi più comuni, maschile e femminile, ma non si intende negare l’esistenza o la dignità di chi esce da questa dicotomia. Il fatto che sia biblicamente impossibile stabilire se le rane siano state create il quinto o il sesto giorno non le rende animali inesistenti o demoniaci...

Raffaele Yona Ladu

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giovedì 27 settembre 2018

"Psiche e sessualità nelle persone transgender giovani e giovanissime: un approccio medico" di Roberta Ribali


Milano, 2018

Nella nostra cultura scientifica, allo stato dell’arte di oggi, il binarismo  di genere maschio-femmina  appare concettualmente  da  accantonare, per lasciare posto a un approccio gender-fluid più corrispondente alla realtà che tutti noi, che ci confrontiamo da anni con queste tematiche, ritroviamo nella fenomenologia complessa dei nostri pazienti - e, forse, anche di noi stessi.  I termini “transgender” e “transessuale” rispecchiano ancora un certo binarismo, che sarebbe meglio accantonare, per essere pronti ad accogliere adeguatamente tutte le infinite sfumature e le sfide epistemologiche  che la realtà di fatto ci presenta oggi. 
dr. roberta ribali psicoterapeuta
Dr. Roberta Ribali

Per quanto riguarda l’identità di genere, attualmente possiamo usare i termini “disforia di genere “ e “varianza di genere” per denominare due situazioni che hanno in comune una discrepanza fra il genere cui il Soggetto sente di appartenere e il genere cui “dovrebbe” appartenere, secondo i criteri dettati dalle nostre regole sociali, strutturate e stratificate storicamente e culturalmente .
 Diverso è il vissuto individuale: disforia” indica un malfunzionamento, una sofferenza di cui il soggetto è portatore, a causa del suo sentire, mentre gender variant è il caso in cui tale discrepanza è vissuta individualmente - e soprattutto socialmente - senza evidenti disagi, come una varianza statistica.

Nemmeno il sesso biologico è binario. Esistono infinite sindromi complicate, con realtà cromosomiche  eterogenee che danno luogo a realtà di vita individuali polimorfe e fluide, che vanno sotto la denominazione  generica di intersessualità: è recente il caso di quella bimba nata XY, con vagina e  sindrome di Morris, che all’età di due anni è stata operata da solerti chirurghi che l’hanno mutilata dei suoi organi sessuali femminili per ricreare (non so come) un maschietto, che avrà sicuramente una vita molto, molto difficile…. Ma non è questo il nostro tema, anche se i criteri che noi medici siamo chiamati a proporre e seguire sono sostanzialmente simili. Rispettare lo sviluppo della personalità del bambino, senza costringerlo, con interventi autoritari o peggio con pasticci medico-chirurgici, a osservare le norme che noi adulti gli imponiamo, scegliendo per lui/lei, al  suo posto, per soddisfare nostre esigenze, che non sono necessariamente quelle volute dal soggetto che deve crescere nel rispetto di quello che si sente realmente...

Dr. Roberta Ribali- Neuropsichiatra e Psicoterapeuta-
CTU del Tribunale di Milano per le tematiche di Identità di Genere

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mercoledì 7 febbraio 2018

"Ishtar: una dea genderfluid?" di Erica Gazzoldi

Le mitologie antiche sono sempre fonti affascinanti per l’indagine della psiche umana e di ciò che essa è in grado di concepire. Lo sono, in particolare, per quanto riguarda la sessualità. 

            Nel campo dell’orientalistica, ci si può così imbattere in una figura divina molto particolare: la dea mesopotamica Ishtar, conosciuta anche come Inanna (presso i Sumeri) o come Shaushga (presso gli Hurriti dell’Anatolia sudorientale). Ella è associata, principalmente, all’amore e alla guerra, ma anche al cielo e alla vegetazione; nel mito sumerico detto Inanna agli Inferi, è sorella di Ereshkigal, regina dell’oltretomba, e ha ella stessa una fama ferale. Secondo l’assiriologo Giovanni Pettinato (2001), gli Inferi a cui Inanna deve recarsi per visitare la sorella potrebbero essere nient’altro che l’area montagnosa dell’attuale Iran, intesa come “paese del non-ritorno”. Lo stesso studioso (2001) associa più volte Inanna all’astro Venere. Esso, secondo il filologo e orientalista Wolfram von Soden (1985), è sempre presente nelle religioni semitiche antiche, fra le divinità astrali principali: il Sole, la Luna e - per l’appunto - Venere. Secondo i suoi studi, a quest’ultimo pianeta era associata - in Arabia meridionale - una divinità maschile; in Siria, invece, accanto al dio ‘Ashtar, esisteva la dea ‘Ashtart, poi affermatasi fino a rimanere l’unica. Abbastanza evidente è la somiglianza della radice consonantica di questi nomi con quella di “Ishtar”, nome assiro-babilonese della dea.
            Quest’ultima era la patrona della città-stato di Uruk (3500 - 3000 a.C.), in Bassa Mesopotamia, dove le era dedicato il complesso templare detto Eanna. Senza il favore - anzi, i favori - di Ishtar, nessun re poteva considerarsi veramente tale. Ne è testimone anche la celebre Epopea di Gilgamesh, la cui versione classica è del XII sec. a.C., è riportata su tavolette risalenti all’ ‘800-‘700 a.C. ed è stata rinvenuta nella biblioteca di Assurbanipal a Ninive, in Assiria... 


Erica Gazzoldi

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