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mercoledì 6 ottobre 2021

FtM Do It Better: intervista doppia con uomini transgender

 Il 9 novembre 2017, presso quello che allora era il circolo “Harvey Milk” di Milano,  è stato tenuto il workshop FTM do it better!  Se ne sono occupati Daniele Brattoli, Nathan Bonnì e Leo Cumbo. Gli ultimi due hanno accettato di confrontarsi in un’ “intervista doppia”, che qui riproponiamo integralmente, per l’importanza dei suoi contenuti.

ftm do it better
Immagine realizzata da Sam Meraviglia


Intanto: com'è andato il workshop?


Nathan Bonnì: Il workshop è stato molto partecipato e l'utenza era variegata: uomini e ragazzi in percorsi medicalizzati e non medicalizzati, dai 18 ai 50 anni, portatori di identità maschili canoniche o non binarie.


Leo Cumbo: Ritengo sia andato molto bene: la risposta e l'entusiasmo sono stati positivi e proficui. Hanno risposto ftm di tutte le età (molti giovanissimi) e a tutti i livelli di transizione, non medicalizzati compresi, ed era il nostro obiettivo. Proporre un incontro trasversale, sempre nell'ottica dell'accoglienza e della considerazione.


FtM do it better: un titolo scanzonato, che fa eco a un detto diffuso circa gli italiani e le loro capacità amatorie. Volete dunque dare un taglio ottimista al vostro lavoro di riflessione? O semplicemente... voi uomini siete fatti così? *linguaccia*


N.B.: Forse, il titolo sarebbe stato carino anche col punto interrogativo. In realtà, però, voleva essere una rivalsa verso l'esterno, che immagina l'ftm come "in competizione" con l'uomo bio, atto a "compensare" una mancanza; mentre, in realtà, un ftm è, non di rado, oggetto di desiderio da parte di uomini gay, donne etero e di tutta la comunità pansessuale al completo, come molti siti e annunci dimostrano :D 


L.C.: Beh! Sicuramente, la scelta del titolo ha voluto, in modo anche ironico, mettere in evidenza la possibilità di una piacevole sorpresa nella sessualità ftm e (perché no?)  inconsciamente, forse, anche stimolare la curiosità (non morbosa) di qualche scettico.


Parlare di FtM vuol dire anche parlare di pregiudizi. Vuol dire parlare di "femministe" (chiamiamole così) che li accusano di "rifiutare il dono di essere donna". O di loschi figuri da sito d'incontri che tacciano i ragazzi transgender di essere "donne invidiose della virilità". Cosa rispondete a siffatte amenità?


N.B.: Spesso, chi contatta gli ftm nei siti di incontri per biasimarli dovrebbe ricordare che è stato lui/lei a prendere l'iniziativa di contatto, e riflettere su cosa in lui/lei tocca la persona ftm.

Per quanto riguarda alcune correnti lesbiche e/o femministe, purtroppo viviamo, da un annetto, un periodo "nero", di separatismo, binarismo e rifiuto delle differenze. Sembra quasi che le persone XX debbano essere per forza lesbiche e/o femministe e qualsiasi altra definizione (sotto il cappello transgender) sia tollerata o addirittura bandita, come se fosse vista come una minaccia o togliesse qualcosa alle altre istanze.


L.C.: Ritengo che le opinioni rispetto una situazione che non ci appartiene, spesso, siano molto limitate, di parte, basate appunto sull'ignoranza. Sarebbe necessario un livello di intelligenza minimamente superiore per poter ammettere il proprio limite e (anziché fermarsi ad un'opinione appunto becera, che poi prende il nome di pregiudizio) cercare un approfondimento. Ergo, queste persone dicono già tutto di sé così, senza che io aggiunga altro...


A cura di Erica "Eric" Gazzoldi


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giovedì 8 aprile 2021

Red Pill: quando la critica ai ruoli di genere è misogina

 Qualche anno fa, mi hanno spiegato che, oltre agli attivisti MRA, ci sono gli “attivisti” Incel e“ RedPillati”. Curioso come una scimmia, ho provato a capire qualcosa di più su questo movimento. La cosa che mi incuriosiva era che, per una volta, era la “maggioranza” (non che “le donne” siano una minoranza!), ovvero gli uomini etero, a voler costruire impalcature sociologiche per analizzare vantaggi e svantaggi di quello che noi attivisti LGBT chiameremmo “binarismo di genere”.

Red pill



Mi incuriosiva il fatto che qualcuno, quelli che noi LGBT e le femministe consideriamo “privilegiati”, ragionassero sullo “svantaggio” di essere uomini biologicamente maschi ed eterosessuali, in un mondo “binario” che si basa sui ruoli di genere. Mi interessava cercare di capire il “contraccolpo del privilegio”, in quanto io sono una persona LGBT, ma sono anche un uomo (sebbene non eterosessuale) e, soprattutto, perché non mi sono mai definito “femminista”, ma “antibinario”. Ho deciso di capire se potesse esserci qualcosa di fondato nella cosiddetta RedPill, anche se non condividevo per nulla come essa venisse promossa e presentata, almeno in lingua italiana. Prima, però, è il caso che io spieghi a chi mi sta leggendo cosa sia questa RedPill e a che conclusioni sono arrivato studiandola.


Cos’è questa RedPill


Non so quando la teoria RedPill sia nata, ma, esaminando Google Trends, nel 2014 questo termine ha registrato una veloce crescita nelle ricerche. Ha raggiunto un picco nel 2017, proprio quando io ne avevo sentito parlare. Il nome è tratto dal film Matrix, anche se le due registe transgender non avrebbero mai pensato che qualcuno ne avrebbe fatto questo utilizzo, e il fenomeno è legato a doppio filo al movimento AltRight americano, della destra “alternativa”, che sostiene che il “vero” discriminato, oggi, sia l’uomo eterosessuale bianco. La teoria sostiene che l’uomo etero “risvegliato” dalla pillola rossa sia in grado di capire che la donna, “per natura” (e qui vi è grande distanza dal movimento antibinario, che sostiene che i ruoli siano culturali), cerca la sicurezza di un uomo protettivo e potente che la mantenga e che, quindi, abbia potere, soldi e “bellezza”. Andando, però, negli spazi redpillati, si scopre che hanno un loro concetto di bellezza basato sulla simmetria del viso, verificabile da alcune strane app che danno ad ogni viso un votodall’1 al 10. In una pratica che ha sfumature omoerotiche, i redpillati condividono foto per avere conferme o smentite sul voto da 1 a 10 che essi danno a se stessi da parte degli altri maschi redpillati. Inoltre, la teoria sostiene che sia stato il Sessantotto e la successiva libertà sessuale a permettere, tramite la caduta dei “matrimoni combinati”, a tutte le donne ad ambire a uomini più belli e ricchi, lasciando a bocca asciutta i brutti, i poveri, e gli ignoranti. Il movimento, quindi, spera in un ritorno alla società precedente all’emancipazione femminile, quella che per noi attivisti, invece, non è ancora sufficiente.

Molti uomini redpillati sono di destra e cattolici.

I loro gruppi sono, più che altro, spazi da “gruppo di autoaiuto”, in cui, spesso con commenti gratuitamente misogini (addirittura, le donne sono chiamate le NP, o le ennepì, le “non persone“), gli uomini protestano sui rifiuti ricevuti, chiarendo che queste donne sono dei 3, dei 4, dei “cessi a pedali” e non si capisce come abbiano potuto respingere loro. Inoltre ,sostengono che le donne siano attratte prevalentemente da uomini mascelloni e violenti e scartino i “sensibili uomini beta”; ma, spesso, si dimostrano loro stessi violenti, in questi sfoghi pieni di insulti e minacce. I personaggi peggiori, invece, giustificano stupri e molestie, dicendo che sono le donne a “cercarsela”. È chiaro che, se il loro movimento voleva essere una critica ai ruoli di genere (quelli che vogliono che l’uomo sia galante, offra cene e venga scartato se non abbastanza macho o in carriera), poiché essi paradossalmente danneggiano anche l’uomo etero (pressato dalle aspettative di forza e dominanza, scartato per qualcuno di più autoritario), esso fallisce e si perde in una serie di sfoghi gratuiti, violenti, pieni di body shaming alle donne, senza nessuna vera proposta, se non quella di tornare a quando vigeva “la legge del più forte” e la donna doveva sposare chi la sceglieva, senza poter scegliere, e dove i ruoli di genere da cui si sentono oppressi erano ancora più marcati...


Nathan


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martedì 5 gennaio 2021

Il maschile XX offende meno del femminile XY?

 Ad agosto,  è esplosa sul web (postata dalla pagina Trans Army) una  polemica circa una vignetta rappresentante una ragazza coi capelli lunghi, la coda, una felpa, un paio di jeans e scarpe da tennis, accanto  a un ragazzo in gonna. Lo slogan diceva: “Se non ti offende la prima, perché ti offende il secondo?” La vignetta tocca un tema molto presente nelle rivendicazioni LGBT di origine biologica “xy”,ovvero che sia molto più difficile essere “femminile xy” piuttosto che essere “maschile xx”. 

donna vestita da uomo

Ogni volta che sento questo discorso, lo contraddico in modo deciso e voglio esporre le motivazioni una per una, perché questa visione, senza malafede, ignora davvero le implicazioni del vivere essendo xx e senza alcun interesse a scendere a compromessi con ciò che la società pretende o si aspetta se lo sei.

 

1)    Vestire con ciò che è stato “naturalizzato” come unisex non è “vestire da uomo”

 

Sarebbe errato, nel 2020, dire che una felpa, un paio di jeans e scarpe da tennis sono “da uomo”. I reparti femminili sono pieni di felpe, jeans, scarpe tennis e lo erano anche quando ero piccolo, negli anni ‘80. Questi abiti sono molto simili (ma non uguali) agli stessi capi commercializzati per gli uomini. Questo non impedisce alle donne di avventurarsi nel reparto da uomo e prendere proprio quelli “per l’uomo”, anche se questo ha spesso conseguenze, come la commessa che invita la persona ad andare dall’altra parte, se sta cercando “per sé”. Allo stesso modo, ci sono abiti ed accessori (nati per ragazze e donne), di meno, in verità, che sono stati naturalizzati per i ragazzi, o che, comunque, sono stati sdoganati almeno per una stagione della moda: ad esempio, la fascia per capelli, il cerchietto da calciatore, maglie scollate, jeans aderenti e a vita bassa con mutande in vista, orecchini anche su entrambi i lati, depilazioni, manicure, le mêches e così via. Quindi, il punto non è se qualcosa sia “da uomo” o “da donna” e non è neanche chi viene giudicato di più: il punto è se quel capo o accessorio, in quel momento, sia “accettabile” o meno per quel determinato sesso biologico...


Nathan


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venerdì 18 settembre 2020

La quarantena e le persone "rainbow"

 Per le persone LGBT, la quarantena ha rappresentato un miglioramento o un peggioramento di vita? Quali differenze tra velati e dichiarati? Cosa cambia, a seconda di chi sono i nostri “compagni di quarantena”? 

quarantena lgbt

 Ho temporeggiato, prima di scrivere su come noi persone LGBT (e in particolare T) stiamo vivendo questa quarantena, perché partecipare ai gruppi di condivisione e socializzazione virtuali mi ha dato la possibilità di confrontarmi con altre persone in condizioni simili alla mia.


 La quarantena? Un miglioramento della qualità della vita

 Personalmente, consideravo la quarantena un miglioramento alla mia vita. Si erano autoeliminate un sacco di prassi stressanti e disforiche che accettavo come dato di fatto ineliminabile: il “ciao cara” della signora del bar di fronte all’ufficio, misgendering vari, non poter mostrare le gambe pelose in estate, non potermi far crescere “il pizzetto”, dover stare fasciato per intere giornate, e così via.

Lo smart working permetteva di avere con colleghi, capi e clienti i contatti minimi e, quindi, di evitare tutti gli episodi di involontaria disforia che queste persone, loro malgrado ci causavano. Credo sia stato così anche per chi (universitario o liceale) si è approcciando alla didattica online.

 

La vita domestica: dipende da con chi sei…

 Per quanto riguarda invece le dinamiche inter-relazionali in casa, credo che molto sia dipeso dal “con chi” abbiamo vissuto la quarantena.

Penso che la mia sensazione di benessere dipendesse dal fatto che ho trascorso la quarantena col partner, una persona che ha un orientamento rivolto verso il mio genere (gli uomini) e che come uomo mi ha conosciuto e scelto.
Penso che sia stata difficile per chi, invece, era impegnato in relazioni in cui c’era una cancellazione del proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, o (caso ancor peggiore) in cui la persona doveva condividere gli spazi con la famiglia d’origine, per problemi economici, o per via della loro salute o bisogno di assistenza, soprattutto nel caso in cui queste persone non conoscono o non accettano l’identità di genere e/o l’orientamento sessuale della persona rainbow...


Nathan


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lunedì 15 giugno 2020

Non è un Paese per genderqueer

Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord; nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva, gli inquilini erano stati divisi in maschi e femmine e si sentiva estraneo ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente

non è un paese per genderqueer

Anche all’università, l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e Louis Vuitton.
Non tornava a casa da molto tempo: preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti, a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno (i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni) diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale, lì ,aveva potuto essere chi realmente era ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.
Ale, a Milano, si tagliava i capelli da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.
Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle curiose e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti...


Nathan


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sabato 23 novembre 2019

Claude Cahun: uno, nessuno e centomila gender



Uno, due, tre: gender!
Maschile, femminile, neutro?
Si fa presto  a domandare se tu sia uomo o donna e quale sia il tuo orientamento sessuale.
Ma Lucy Renée Mathilde Schwob,  per sfuggire all’impertinenza della domanda, all’equivoco, provocatoriamente lo conferma, scardinandolo nel corso di tutta la sua vita pubblica e privata, e sceglie un nome d’arte evocativo di un’identità-non identità plasmabile, oscillante tra il maschile - femminile e l’assonante discendenza ebraica, quasi si trattasse di un terzo genere.
Claude Cahun: l’incarnazione dell'ambiguità. 
claude cahun

 “Neutro è il solo genere che mi si addice sempre” dichiarerà, lasciando trapelare l’intimo desiderio di esser sempre qualcos'altro, qualcun altro, altrove, libera  dalla necessità d’esser relegata in una forma, d’esser contestualizzata in un preciso spazio temporale, distante dai confini, dalle definizioni, dalle etichette, da cui rifugge trasponendo un’originalità sperimentale, unica, nei suoi autoritratti onirici, negli scatti fotografici en travesti, in cui rivela tutto il suo talento indiscusso per la fotografia come ricerca profonda di altro da Sé. 
La sua inclinazione artistica dominante fu la fotografia, dopo un primo momento in cui si dedicò alla scrittura. E sarà proprio la fotografia a renderla finalmente visibile.
 Claude Cahun, scrittrice,  fotografa, scenografa, poetessa innovativa, al di là del tempo, ancor oggi  fonte di ispirazione  per molti artisti, nacque a Nantes nel 1894, da Victorine Mary Antoinette Courbebaisse e da un noto giornalista, Maurice Schwob.
Trascorse gran parte dell’infanzia “nascosta sotto la tavola della cucina” di una casa agiata con il privilegio d’esser nata in una famiglia borghese e benestante. Privilegio che non la preserverà dal sentore di un clima cupo, opprimente, derivante dalla follia della madre (poi internata in manicomio) e da una salute cagionevole.
 L’anoressia, l’uso di droghe e alcuni tentativi di suicidio evidenziano, fin dalla giovinezza, una fragilità inquieta, impressa profondamente nelle pieghe dell’anima e nel corpo, fino all’incontro provvidenziale con Suzanne Malherbe, disegnatrice e giovane promessa delle arti grafiche, sua coetanea e altrettanto curiosa adolescente diciassettenne...

Eva Gili Tos

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giovedì 10 ottobre 2019

Le Iene, Luxuria e la rappresentazione delle persone transgender



Come attivista transgender, che ha a cuore il tema della rappresentazione T nell’immaginario collettivo e tramite i media, e come persona che ha scritto sull’inclusione delle persone transgender nelle app e siti di dating, non posso tacere su quanto avvenuto durante una recentissima puntata del programma televisivo Le Iene, che ha messo in scena le (dis)avventure di una donna transgender all’interno del portale Tinder, con un approccio morboso fin dal titolo della candid camera.
La trasmissione ha coinvolto Vladimir Luxuria, donna transgender che non ha bisogno di presentazione. 
tinder e sorpresa vladimir luxuria le iene
Si inizia con una “candid camera” che ha come protagonista proprio Luxuria, coinvolta da una “Iena”, scelta donna per rendere il tutto più alla Sex and the City, anche se non c’è alcuna solidarietà tra donne, e la trivialità, come leggerete, rimane quella dei suoi colleghi maschi.

“Tinder e sorpresa” e l’iscrizione di Luxuria al portale

Dopo un’introduzione, totalmente gratuita, dove viene ricordato che Luxuria “all’anagrafe è Vladimiro Guadagno”, in sovraimpressione appare un titolo pecoreccio: “Tinder e sorpresa”, che, alludendo all’assonanza con l’omonimo ovetto di cioccolato, anticipa la candid: Luxuria si iscriverà a Tinder, riservando la “sorpresa” del genitale maschile ai gentlemen che la contatteranno.
Dopo un’intelligente riflessione di Vlady sul diritto di iscriversi come “trans” (anche se, in realtà, sarebbe meglio poter inserire “donna transgender” e “uomo transgender” come categorie distinte tra loro), le mie speranze che la candid prendesse una piega brillante sono state deluse.
Nel profilo Tinder appena creato, Luxuria viene descritta come donna con una “marcia” in piùtra tanti risolini della Iena, la quale chiarisce che stanno arrivando tante richieste di uomini interessati a “quella cosina lì”.
Alle chat di questi uomini, che dicono di “Non mettersi paletti”, la Iena risponde con squallide battute sui “paletti”, con allusioni falliche, chiarendo che presto saranno “cazzi” loro in senso letterale...

Nathan


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lunedì 24 giugno 2019

Dialogo con i/le gender critical?


La corrente di attivismo britannico che, col suo essere “gender critical”, pratica il negazionismo dell’identità di genere, merita spazio nel dibattito o rischia solo di toglierci energie?

Un pensatore gay italiano, da circa un anno, mi ha invitato a seguire il dibattito britannico riguardante il profondo contrasto che vede a destra femministe radicali, attiviste lesbiche, gay tradizionalisti e persone T transmedicaliste (quelle che accettano i percorsi trans solo se medicalizzati), e, a sinistra, femministe intersezionali, persone pansessuali, non binary, queer e transgender . 
femminismo negazionismo di genere

Non chiamiamoli/e “TERF”

La corrente “a destra” viene chiamata “T.E.R.F” (Trans Exclusionary Radical Feminist). Ma io non sono d’accordo con la scelta di questo termine, che comunque comprende altre individualità oltre a femministe radicali, oltre a non comprendere tutte le femministe radicali. È più corretto dire gender critical “ (rispettando l’eufemismo con cui si definiscono) o negazionisti/e dell’identità di genere”.
“Trans-escludente” allude all’esclusione da precisi spazi di elaborazione culturale e incontro, interni al femminismo o rivolti al femminile.
Quello che questa corrente fa va invece molto oltre: non si limita alla pretesa (che potremmo discutere pacatamente) di non far accedere le donne T a determinati luoghi, fisici e non, ma rende “l’esclusione” universale. Tramite il negazionismo dell’identità di genere, anche la condizione T viene cancellata o ridotta ad una patologia dismorfofobia, se non ad una “banale” insofferenza agli stereotipi di genere.

“Sei una donna con un problema di transgenderismo”

Ricordate la terminologia che usava circa le persone omosessuali lo psichiatra Joseph Nicolosi?  Le persone omosessuali (in particolare gli uomini) erano da lui considerate “eterosessuali con un problema di omosessualità”: quindi, una condizione identitaria, che non riguarda solo i comportamenti eroticoaffettivi ma tutti gli ambiti della vita e della partecipazione politica, veniva ridimensionata a “problema”.
Ai tempi, a fare queste considerazioni erano i sostenitori delle teorie riparative e di una visione della vita influenzata da un integralismo religioso. Tutta la comunità LGBT era compatta nel contrastare questa visione e nel difendere l’identità omosessuale...

Nathan

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giovedì 21 febbraio 2019

Lettera a Daniela Danna su "La Piccola Principe"



Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate; alla fine, ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che, secondo me, deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.
Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.




daniela danna la piccola principe


Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico e appunto considerazioni pagina per pagina.
            Inizio dalle persone a cui ti rivolgi: ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché, finora, sono state “socializzate” come tali. Dal tuo punto di vista, ciò ha senso; ma, se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona questioning. Temo, però, che ciò vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.
            Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm: per esempio, a quel “me giovane” che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm e di ftm gay), si è sentito “cancellato e frainteso”; ma che si rivolga, piuttosto, a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale - quindi, non si rende conto di essere portatrice di una tematica di “lesbismo” o di “ruoli” e di non essere, quindi, transgender...



Nathan

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martedì 12 febbraio 2019

Essere ftm gay nei portali di dating on line


Potrebbe capitarti, una di quelle sere in cui sei annoiato, di trovarti a scorrere le pagine blu alla ricerca di un incontro sessuale e di essere colpito da un volto un po' diverso, da una foto che lascia intravedere le spalle e la schiena ma non il petto, il sedere ma non il lato A, e di pensare, in un primo momento: “Ma sarà maggiorenne?”. Poi, guardando la data di nascita, ti chiederai: “Oddio, ma come può questo ragazzo avere 35 anni?”. Tranquillo: sei capitato sul profilo di un ragazzo transgender ftm
ftm gay portali dating on line

In un primo momento, sarai perplesso... Sai a stento che esistono i “trans al contrario”, ma davi per scontato che fossero interessati alle donne. Che ci fa, quindi, questo piccolo intruso qui, nel portale per eccellenza dedicato agli uomini che incontrano altri uomini?
Non tutti sanno che l’identità di genere (ovvero, la consapevolezza di appartenere al genere “uomo” o “donna”, indipendentemente dal sesso biologico) e l’orientamento affettivo/sessuale (che riguarda invece da chi si è attratti) sono fattori indipendenti. Quindi, può capitare che una persona nasca di sesso femminile, abbia un’identità di genere maschileprovi attrazione verso gli uomini, o magari verso uomini e donne.
In questo caso, il ragazzo transgender ftm in questione desidererebbe le attenzioni di uomini non eterosessuali, in quanto l’attenzione di uomini etero, in cerca di una sessualità o di un’affettività da parte di una donna, genererebbe nel ragazzo o nell’uomo trans una disforia di genere, un disconoscimento - quindi, un fastidio.
È per questo che ormai, da oltre un decennio, gli uomini ftm gay e bisessuali vanno a “caccia” nei portali “‘d’acchiappo” riservati agli incontri al maschile.

Alcuni di questi portali, per rispondere all’utilizzo non più solo da parte di uomini biologicamente maschi ed omosessuali, hanno ampliato la descrizione del portale. PlanetRomeo (per noi veterani rimarrà sempre GayRomeo), ad esempio, nella sezione “About Romeo”, chiarisce che “ROMEO is the world's most exciting network for gay and bi males, and trans people” - anche se le categorie del portale contengono ancora qualche pecca: la categoria “orientamento sessuale” (gay, bi, orientamento non indicato), contiene anche “trans” (che riguarda invece l'identità di genere), non dando la possibilità alle persone trans di indicare se sono attratte o meno solo da uomini, e soprattutto non dando la possibilità di compilare in base alla direzione del loro percorso. Infatti, su Planet Romeo non si trovano solamente persone trans maschili di origine biologica XX, ma si trovano anche persone trans femminili di origine biologica XY. Come dice il portale stesso, PlanetRomeo è aperto a Gay, Bi, e “trans people”, quindi sia uomini trans, sia donne trans. Sarebbe utile, visto che l’obiettivo è mettere in contatto “domanda ed offerta”, che fosse possibile selezionare la “direzione” del proprio percorso, anche per evitare episodi spiacevoli di misgendering (in cui chi clicca si rivolge col genere sbagliato, pensando che si tratti di una trans MtF e non di un trans Ftm, ad esempio) e che si perda tempo nel ricercare qualcosa che non interessa (ci sono uomini interessati agli ftm, ma non alle mtf, o viceversa)...


Nathan

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