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domenica 7 novembre 2021

Locked Down: origini e senso della cintura di castità

Diversi mesi orsono, alcuni quotidiani riportarono la notizia di “cinture di castità elettroniche hackerate per chiedere un riscatto”. Ne parlarono addirittura testate come Il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano

E così è emerso un sottobosco, ai più sconosciuto, di una pratica diffusissima anche in Italia: l’uso di oggetti di contenimento sessuale. [...] 
cintura di castità

Per molto tempo, si è creduto che questo strumento di contenimento genitale fosse stato architettato durante il periodo delle Crociate per impedire tradimenti da parte delle mogli dei cavalieri che partivano per la Terra Santa.

In verità, è molto improbabile che i cavalieri medievali imponessero alle proprie mogli una cintura di castità. Più plausibilmente, prima di partire, si accoppiavano con le proprie mogli, così da trovare un figlio al proprio ritorno. È, dunque, evidente che la presenza di una cintura di castità avrebbe impedito il parto. Senza, poi, contare l’obiezione molto più semplice: e cioè il fatto che qualunque serratura medievale poteva essere facilmente aperta da un fabbro. 

Una invenzione rinascimentale.

Chi ha inventato, dunque, la cintura di castità?

Sebbene l’idea di astinenza sessuale sia antichissima e lo stesso termine latino cingulum castitatis (traducibile appunto con “cintura di castità”) compare a partire dal VI secolo in alcuni testi di Papa Gregorio Magno, Alcuino di York, e molto più tardi San Bernardo di Chiaravalle, la prima rappresentazione di un oggetto che ricordi vagamente una cintura di castità risale al 1405 in un manoscritto, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare dell’epoca. Il congegno disegnato è presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti gelosi. Ma non risulta nulla del genere nella Firenze del tempo.

Molto probabilmente fu un qualche fantasioso ingegnere del quattrocento che si inventò questo marchingegno immaginario, come spiega il prof. Alessandro Barbero nel seguente video...


Mario Bonfanti


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giovedì 25 marzo 2021

Social Inquisitio: la censura ai tempi dei social media

 Il piacere ai tempi della censura mediatica

I sistemi dittatoriali si sono da sempre scagliati contro il godimento sessuale, condannandone ogni forma come depravazione e minaccia all’integrità morale di una nazione. Oggi, in Italia, non siamo sotto una dittatura; eppure, il piacere e il sesso vengono continuamente censurati

Censura sui social


La nascita della figura del Censore


La figura del Censore fu istituita nel 443 a.C. sulla base di una proposta presentata al Senato, per ovviare al problema sempre più pressante, del ritardo con cui venivano tenuti i censimenti

Ecco come lo ricorda lo storico Tito Livio: «La censura si era resa necessaria non solo perché non si poteva più rimandare il censimento che da anni non veniva più fatto, ma anche perché i consoli, incalzati dall'incombere di tante guerre, non avevano il tempo per dedicarsi a questo ufficio. Fu presentata in senato una proposta: l'operazione, laboriosa e poco pertinente ai consoli, richiedeva una magistratura apposita, alla quale affidare i compiti di cancelleria e la custodia dei registri e che doveva stabilire le modalità del censimento.» (Tito Livio, Ab urbe condita, IV, 8). 

I censori si occupavano principalmente del censimento della popolazione, della cura morum (cioè della sorveglianza sui comportamenti individuali e collettivi) e della lectio senatus (cioè la facoltà di decretare i candidati alla carica senatoriale ed eliminarne altri). 

Con il declino e la caduta della Repubblica romana, la carica prima cadde in disuso, poi venne assunta direttamente dagli imperatori; infine, sotto Augusto, venne ripristinata.

Con la nota censoria, si punivano infrazioni nell'ambito della disciplina militare, gli abusi dei magistrati nei loro ruoli, gli eccessi nel lusso, ecc. Coloro che erano colpiti da tale provvedimento venivano espulsi dall'ordine dei senatori e dei cavalieri e potevano anche essere privati dei diritti politici, cioè di voto e di eleggibilità.



Dal Censore alla censura


L’istituto romano subì poi un’estensione semantica, cosicché, oggi, il riferimento al censimento si è completamente perso, per lasciare in primo e unico piano il significato di controllo/repressione...


Mario Bonfanti



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martedì 5 gennaio 2021

"S. Federica": l'autoerotismo come pratica spirituale

 La masturbazione maschile e femminile, pur essendo una pratica comune e diffusa fin dagli albori dell’umanità, ha avuto nei millenni diverse (s)valutazioni a seconda delle epoche e culture. L’origine etimologica del termine "masturbazione" è controversa. Per alcuni deriva dal latino manu stuprare, composto di manu (con la mano) e stuprare (forse da mettere in relazione con stupere, e cioè restare stordito). Altri sostengono che derivi, invece, dall'espressione manu turbare, cioè “agitare con la mano”. 

federica la mano amica

 

Brevi cenni storici.

La prima testimonianza della masturbazione sembra risalire addirittura a 28 000 anni fa: nel 2005 è stato rinvenuto in Germania un fallo di pietra levigata, che è stato interpretato come un antichissimo dildo.

Una statuetta d'argilla risalente al IV millennio a.C. raffigurante una donna nell'atto di masturbarsi è stata ritrovata in un sito templare nell'isola di Malta.

Per gli antichi Egizi, il dio Atum, proprio masturbandosi, diede vita ai primi esseri viventi.

Tra gli antichi greci la masturbazione era considerata un atto naturale. Il filosofo Diogene il Cinico pare la praticasse la masturbazione in pubblico. E Galeno di Pergamo consigliava agli uomini di masturbarsi per regolare la produzione dei liquidi corporei e alle donne per curare i disturbi nervosi. Anche Lucrezio affermava che bisogno cogliere i vantaggi offerti da un uso edonistico del proprio corpo.

Una visione fortemente negativa della masturbazione fu diffusa dalla scienza medica solo fra l'inizio del Settecento e la fine dell'Ottocento. Il medico svizzero Samuel-Auguste Tissot (1728-1797) nel suo libro Onanisme (L'onanismo, ovvero dissertazioni sopra le malattie cagionate dalle polluzioni volontarie) pubblicato in latino nel 1758 e in seguito tradotto in diverse lingue, fu alla base di molte superstizioni, di cui ancora oggi abbiamo tracce, che collegano la masturbazione alla cecità e all'incurvamento della colonna vertebrale.

Solo all'inizio del Novecento, con la nascita della sessuologia, questo pregiudizio negativo fu abbandonato... 

Mario Bonfanti

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mercoledì 30 settembre 2020

Elogio del piacere: per un'erotica solare

 Prendo spunto del titolo di questo numero della rivista per riprendere in mano e ripercorrere insieme a voi la proposta che il filosofo francese Michel Onfray presentò anni orsono in un suo testo (Michel Onfray, Teoria del corpo amoroso. Per un’erotica solare, 2006, Roma, Fazi Editore). Un libro che fu elogiato dalla critica, ma - ahimè - rimase inascoltato dalla cultura e società, viste le recrudescenze puritane cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, non solo in Italia. 

elogio del piacere

Premessa.

Come dichiara il filosofo all’inizio dell’opera, la sua proposta va nella direzione di un recupero di alcune antiche correnti filosofiche, allo scopo di abbattere il modello etico ancora dominante.

Dichiara Onfray: “La prima tappa, critica, del mio pensiero implica una decostruzione dell’ideale ascetico” (idem, p. 18). Un modello che nasce dal platonismo, viene ripreso dei Padri della Chiesa e, attraverso il cristianesimo, si insinua così profondamente nella cultura occidentale da giungere fino a noi, in un serpeggiante disprezzo verso il sesso. In particolare, nei primi capitoli del libro, il filosofo francese mina dalle fondamenta alcuni presupposti platonici in merito al desiderio, che hanno portato con sé nei secoli quell’opposizione tra corpo e spirito ancora presente oggi nella nostra società che considera “osceni” gli atti sessuali e la nudità. In seguito, aggiunge Onfray: “la seconda tappa, propositiva, propone un’alternativa all’ordine dominante grazie alla formulazione di un materialismo edonista” (idem, p. 19). 

Ma… seguiamo il filosofo passo passo in questa sua proposta.

Alla ricerca della dolce metà perduta.

Un primo elemento che Onfray evidenzia, e sottopone a dura critica, è l’interpretazione del desiderio come mancanza. Scorrendo l’opera di Platone “Il Simposio”, il filosofo francese ricorda al lettore che a un certo punto del dialogo un commensale, Aristofane, espone la propria ipotesi sull’origine del desiderio, raccontando il mito greco dell’androgino. Ecco in sintesi il racconto: nell’età primitiva, tutti gli uomini avevano una forma rotonda, con quattro braccia, quattro gambe, due volti e quattro orecchie. Essi si muovevano avanti e indietro con movimenti circolari. A causa, però, del loro crescente potere che aveva finito per minacciare l’Olimpo, Zeus si consultò con gli altri dei e decisero di indebolire gli uomini tagliandoli a metà. Da quel momento in poi ogni pezzo, desideroso della totalità distrutta, cerca e desidera l’altra parte per realizzare il tutto. Da questo mito risulta una interpretazione del desiderio come mancanza (dell’altra metà). Come risultato il desiderio assume una connotazione fondamentalmente negativa: è una sofferenza/mancanza che deve essere sanata... 


Mario Bonfanti


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lunedì 1 giugno 2020

Tra capo e piedi: l'ospitalità erotica delle estremità


Fin da quando ero piccolo ho sempre provato una fortissima attrazione per i piedi maschili.
Alle elementari giocavo con un vicino di casa a leccarci i piedi a vicenda; passione, poi, estesa, alle medie, con altri amici di giochi… più o meno erotici e segreti. 
erotismo piedi


Premessa.
Nella nostra società, ovviamente non si può parlare apertamente di queste attrazioni. Il nostro non è certo un paese per persone libere e disinibite. Tutto avviene in gran segreto.
Nel 1998 la scrittrice e giornalista Susanna Schimperna scrisse un libretto dal titolo Feet. L’ossessione erotica per i piedi (Roma, Castelvecchi Editore) in cui raccoglieva testimonianze di questa passione diffusissima anche in Italia. Lo divorai letteralmente, alla ricerca di comprendere qualcosa circa l’origine e il senso di questa mia antica passione. Restai un po’ con la bocca asciutta. In verità mi ero fatto aspettative troppo elevate rispetto a un opuscolo che è, in verità, più una raccolta di dichiarazioni feticistiche che un saggio su questa pratica erotica.
Anni dopo, incontrai il libro Compagni d’amore dello psichiatra e psicoterapeuta Vittorio Lingiardi e vi trovai immediata sintonia e totale corrispondenza sotto diversi aspetti. Ciò che lì era descritto ed esplorato era proprio il mio mondo interiore e intimo. Ne restai affascinato.


Le ali ai piedi: ascesi e caduta.
Entrato in seminario prima e in convento poi, l’attrazione verso le estremità trasferita (o sublimata - scegliete voi l’aggettivo che preferite) al Cristo in croce. E io, Maddalena più o meno penitente, mi immaginavo lì sotto la croce ad adorare quei piedi trafitti.
Scrive a proposito Lingiardi: “La corrente simbolica che lega i piedi feriti all’ascensione… ci ricorda il pedaggio pagato dal Puer: Il prezzo della vista che penetra il Divino (…) è un marchio che segna il rapporto con questo mondo normale dei qui ed ora. Per poter volare si deve zoppicare (…) La sensibilità innata che ci consente di ricevere gli Dei… ci ferisce in continuazione e può ucciderci (Hillmann). Il pericolo è quello di negare il doppio aspetto dell’immagine interna, per cui l’innalzamento celeste richiede il piede ferito”. (Vittorio Lingiardi, Compagni d’amore, 1997, Milano, Raffaello Cortina Editore, p. 98s)
In effetti, in quel periodo, il passaggio adolescenziale e l’idealismo della mia prima gioventù mi portarono in una direzione estremamente angelica, che negava il radicamento con la terra: e “aggrappato” ai piedi del Cristo volavo verso il cielo. Ma, come Icaro, rischiavo ogni volta di piombare miseramente a terra per il calore del Sacro Fuoco Divino. E in effetti precipitavo (o almeno io mi sentivo cadere rovinosamente): in seminario di notte, mi infilavo sotto le coperte dei miei compagni a leccargli segretamente i piedi. E per me era un vero sfracellarmi a terra: dalle stelle (degli eterei cherubini asessuati) alle stalle (del mio carnale desiderio erotico)...

Mario Bonfanti

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lunedì 2 marzo 2020

Corpus hominis: sacra nudità... oltre ogni velo


Il corpo umano nudo ha da sempre, nelle diverse culture umane, suscitato da una parte fascino, attrazione, curiosità e, dall’altra, imbarazzo, vergogna, timore.
Vorrei con questo articolo fare una rapidissima carrellata di alcuni atteggiamenti della nostra cultura occidentale nei confronti della sessualità e concludere con alcuni ricordi personali.
sacra nudità


In principio...
Nella Bibbia, nel libro della Genesi, si legge di Adamo ed Eva, che “tutti e due erano nudi e non ne provavano vergogna” (Gen. 2, 25). La condizione originaria dell’umanità - secondo la tradizione ebraica - era, quindi, connotata da una candida nudità, simbolo di trasparenza e innocenza davanti a sé e a Dio. Una condizione presto perduta a causa dell’assunzione del frutto proibito posto in mezzo al giardino, che, introducendo nell’umanità il concetto di bene/male, ha infranto questa illibatezza primigenia macchiandola per sempre. Da quel momento, prosegue il testo sacro “si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi” (Gen. 3, 7).

Nella cultura greca.
In alcune antiche culture mediterranee, anche ben oltre l'epoca preistorica, come ad esempio nella civiltà minoica, la nudità atletica di uomini e ragazzi era perfettamente naturale.
Anche a Sparta vigevano codici rigorosi per la formazione dei giovani che imponevano l'esercizio fisico da svolgersi completamente nudi; e gli atleti dovevano competere nudi in tutti gli eventi sportivi pubblici. Così come gli uomini, a volte anche le donne spartane partecipavano nude alle processioni e feste religiose in pubblico.
Durante i giochi olimpici antichi e gli altri giochi panellenici, dove gareggiavano atleti provenienti da tutto il mondo greco (dalla Magna Grecia alle colonie più lontane), quasi tutte le discipline prescrivevano la nudità completa.
Anche in certe cerimonie religiose veniva praticata la nudità; la statua del Moscophoros (portatore del vitello), residuo arcaico trovato nell'acropoli di Atene, raffigura, per esempio, un giovane uomo che trasporta un vitello sulle spalle verso l'altare del sacrificio...

Mario Bonfanti

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domenica 22 dicembre 2019

Epidermici orgasmi

 

  Il coraggio di essere… corpo

Ero agli inizi degli anni ’90, quando, giovane frate carmelitano, nella cella del convento carmelitano di Milano, ebbi una profonda rivelazione: nella solitudine della mia stanza, scopersi il piacere sublime dell’epidermico tatto. 
eros orgasmi della pelle


Premessa

Nel libro Teoria del corpo amoroso, il filosofo Michel Onfray scrive: “Il versetto della Prima lettera ai Corinzi insegna: È meglio sposarsi che ardere di passione. 
Questa frase si trova citata, commentata, ripresa, analizzata, sezionata, esaminata in ogni minimo particolare in tutta la letteratura patrologica consacrata ai rapporti tra uomini e donne per almeno mille anni. E noi viviamo ancora secondo questa formula, comprese le coppie laiche, non cristiane, atee, ma educate secondo il modello ideologico dominante” 
(Michel Onfray, Teoria del corpo amoroso. Per un’erotica solare, 2006, Roma, Fazi Editore, p. 91). E poco oltre aggiunge, parlando dell’esaltazione della  verginità come modello di vita proposto dagli autori dei primi secoli della cristianità: “L’abolizione integrale della sessualità implica lo sradicamento assoluto dei desideri, di tutti i desideri, e l’interdizione formale del piacere, di ogni piacere” (idem., p. 92). E conclude dichiarando che “mai una spiritualità collettiva ha lavorato tanto a distruggere il corpo, a negare la vita e screditare la realtà” (idem., p. 96)...


Mario Bonfanti



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lunedì 20 maggio 2019

Il piacere è sacro: l'arte mistica del godimento


Con questo articolo, diamo inizio a una nuova rubrica della rivista: una sezione focalizzata sul piacere erotico inteso come profonda esperienza spirituale. Una rubrica che vuole, quindi, prendere le distanze da una “spiritualità angelica e ieratica” (di stampo neoplatonico e/o manicheo) per recuperare (e proporre) una “religiosità incarnata” attraverso l’esplorazione della sacralità dei nostri corpi sessuati (anche grazie alla teologia queer) e divulgare, così, una mistica del godimento
il piacere è sacro mistica




Premessa

Il titolo di questa rubrica è tratto da una un corposo volume della studiosa e attivista Riane Eisler, che analizza, in modo molto approfondito e dettagliato, il rapporto tra la sessualità e la spiritualità, partendo dalla preistoria per risalire fino ai giorni nostri.
Il sottotitolo, invece, fa riferimento alla proposta del teologo Matthew Fox che, nel suo libro In principio era la gioia, dedica più di un capitolo al recupero dell’arte di assaporare il piacere.
Ma almeno altri due testi sono sullo sfondo e fanno da substrato teorico a questa nascente rubrica: la Teoria del corpo amoroso, del filosofo Michel Onfray, e Dio nel cervello, dei ricercatori Andrew Newberg e Eugene d’Aquili.
Passiamoli brevemente in rassegna.

Riane Eisler: il recupero della nostra natura primigenia

Nel volume Il piacere è sacro. Il potere e la sacralità del corpo e della terra dalla preistoria a oggi, l’autrice esordisce affermando che la sua ricerca si è sviluppata dal tentativo di rispondere ai seguenti interrogativi: “Perché ci hanno insegnato a lungo che i piaceri del sesso sono un peccato grave? Perché, perfino quando il sesso non è condannato, come nella moderna pornografia, lo troviamo associato non all’amore erotico ma alla mercificazione del corpo femminile? È sempre andata così? Oppure ci fu un’epoca diversa, prima che il sesso, la donna e il corpo umano fossero sviliti, degradati, mercificati? Che cosa veramente si nasconde dietro allo stupro, all’incesto e ad altre forme di violenza? Come e perché sorsero tali pratiche? E, questione ancora più importante, quali cambiamenti personali e sociali possono sospingerci verso un modo più sano di strutturare i rapporti sessuali?” (Riane Eisler, Il piacere è sacro. Il potere e la sacralità del corpo e della terra dalla preistoria ad oggi, 2012, Udine, Forum Editrice, pp, 36s). Queste domande hanno spinto la Eisler a studiare a fondo l’argomento attraverso diverse discipline: la biologia, la psicologia, la sessuologia, la sociologia, l’archeologia, la mitologia, ecc. E soprattutto - come lei stessa afferma - “suscitarono in me vivo interesse l’esperienza estatica e quella fantasia erotica presente in tante tradizioni religiose orientali e occidentali. Gradualmente cominciai a comprendere che il nesso tra sesso e spiritualità ha radici antichissime”. Così, dopo una lunghissima e dettagliata analisi di questo legame anticamente vissuto dall’umanità in modo naturale e poi inquinato dalla violenza (con la conseguente degradazione del piacere a stupro), nella seconda parte del libro si chiede: ora, dove possiamo andare? Per poi concludere affermando: “Credo che questa risacralizzazione dei nostri corpi e dei nostri rapporti intimi sia uno dei mattoni più importanti per la ricostruzione di una nuova spiritualità della partnership nel contempo immanente e trascendente: una spiritualità rivoluzionaria in cui sia idealizzato il piacere sacro e non il dolore che redime” (idem, p. 501)...



Mario Bonfanti


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giovedì 14 marzo 2019

Misticismo BDSM. Accenni per una spiritualità sadomaso



Con questo articolo, oso addentrarmi in un tema ancora molto tabù nella nostra cultura italiana.
Se, infatti, già il parlare di spiritualità, da una parte, potrebbe creare in alcuni lettori un certo fastidio (in quanto viene immediatamente associata a una particolare adesione religiosa) e l’accennare al sadomasochismo, dall’altra suscitare pruriginosi sospetti (in quanto solletica scenari di perverse situazioni intriganti, ma proibite) il mettere insieme le due cose (addirittura nella forma di un misticismo BDSM) immagino destabilizzi i più.
Vi inviterei a stare con questo eventuale disagio e proseguire, comunque, nella lettura.


bdsm sadomaso


Premessa.
L’intento di questo breve articolo (cui probabilmente ne seguirà un secondo più approfondito e teorico) è quello di condividere alcuni tratti della mia personale esperienza BDSM e ricerca spirituale. Non ho, quindi, nessuna pretesa di esaustività con queste poche righe e tantomeno di verità. Ciò che sto per scrivere è confutabilissimo e passibile di critica, anche feroce.

Incipit
Fin da quando ero alle elementari (non so dire se anche più indietro nel tempo) sentivo un’attrazione irresistibile verso i piedi maschili ed ero affascinato da scene di schiavitù. Ricordo ancora nitidamente la miniserie televisiva Radici, specialmente i momenti in cui Kunta Kinte veniva frustato a sangue. Ero eccitatissimo (pur avendo solo 7 anni) e avevo dentro in me un fortissimo desiderio di essere io quel Kunta Kinte che veniva scarnificato a suon di nerbate. Lo stesso fascino suscitavano in me tutti quei film che rievocavano (o in cui appariva) la condizione degli schiavi nell’antico Egitto, oppure durante il periodo dell’Impero romano.



Quaestio
Se, durante l’infanzia, queste fantasie e fascinazioni non suscitavano in me nessuna domanda, arrivato il periodo pre-adolescenziale e adolescenziale presero piede interrogativi i più disparati: Perché provo queste attrazioni? Da dove provengono? È normale o c’è qualcosa che non va in me? Chi sono io nel profondo? Quale è la mia più intima natura e vocazione? Dove andare?...


Mario Bonfanti

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venerdì 9 novembre 2018

"Gender Dei: una questione politica" di Mario Bonfanti


Uno dei temi cari alla teologia queer è non solo l’identità di genere (e orientamento sessuale) di Gesù, ma anche (e più radicalmente) il tema del “genere di Dio”: è maschio? Femmina? O altro?
Un tema non solo “specialistico”, ma che tocca anche la vita delle Chiese cristiane: lo scorso anno, la Chiesa Evangelica Luterana svedese ha aggiornato le proprie linee guida chiedendo al suo clero di utilizzare un linguaggio gender neutral in riferimento all'Ente Supremo, al quale non ci si dovrà più rivolgere al maschile; ma anche nella Chiesa Cattolica sono in atto, da un po’ di tempo a questa parte, dei tentativi di integrare l’immagine maschile di Dio (il 10 settembre 1978 Papa Giovanni Paolo I parlò di Dio come “madre”). 
gender dei mario bonfanti


Il gender: di cosa parliamo?
Negli ultimi anni, attorno alla questione del gender si sono purtroppo addensati pregiudizi e paure che ne hanno completamente traviato il senso. E così, da termine “neutro” e per addetti ai lavori, è divenuta parola calda (se non bollente) da sbandierare a destra e a manca come spauracchio di fantomatiche trame di improbabili lobby gay. Vorrei fare, dunque, un po’ di chiarezza prima di addentrarmi nell’argomento di questo mio contributo.
Nel primo capitolo del recente saggio Sguardi sul genere. Voci in dialogo (un testo che consiglio caldamente a chi voglia acquisire conoscenze scientifiche aggiornate sul tema) Federico Ferrari, Enrico M. Ragaglia e Paolo Rigliano scrivono: “Per genere l’intera comunità scientifica mondiale intende l’insieme delle differenze tra uomini e donne, che ogni società costruisce a partire dalla propria concezione delle differenze tra corpo maschile e femminile. Tali differenze consistono in tutti quei processi – psichici, interpersonali, comportamentali e di presentazione di sé – con i quali le società trasformano i corpi sessuati (maschio/femmina/intersessuale) in identità personali socialmente riconosciute (uomo/donna) e organizzano la divisione dei ruoli e dei compiti tra donne e uomini, differenziandoli dal punto di vista sociale l’uno dall’altra.” (A cura di Paolo Rigliano, Sguardi sul genere. Voci in dialogo, 2018, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, p. 24).
Già da questa prima citazione emerge chiaramente come la dimensione sociale e culturale siano radicalmente coinvolte qualora si parli di “genere”...

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lunedì 6 agosto 2018

"L'Altro 'invisibile'" di Mario Bonfanti


Intersezioni tra immigrazione e identità LGBT+

Nel famoso libro di Saint-Exupéry, la volpe dice al piccolo principe: “La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. Così io mi annoio. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Riconoscerò il rumore dei tuoi passi, che sarà diverso da quello di tutti gli altri: gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra; il tuo, invece, mi farà uscire dalla tana, come una musica.” E al termine, salutandolo, pronuncia la famosissima frase, che tutti conosciamo a memoria: “Ecco il mio segreto. È  molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.” (Saint-Exupéry Antoine, Il piccolo principe, New Compton Editori). 


Substantia rerum.
Nella filosofia antica, si utilizzava il termine substantia (traduzione latina dell’hypokeimenon greco) per indicare il fondamento ontologico di un ente: ciò che non muta mai ed è propriamente e primariamente inteso come suo elemento ineliminabile e costitutivo; distinto da ciò che, al contrario, è accessorio, contingente (accidentale - secondo la terminologia aristotelica) e visibile.
Da qui, nel linguaggio comune, l’aggettivo “sostanziale” è divenuto sinonimo di “essenziale".
Il monaco benedettino Willigis Jäger, all’inizio del libro L’eterna saggezza, scrive: “L’esperienza del fondo originario dell’essere, che si compie quale evoluzione non percepibile razionalmente, è «energia-originale» che dà forma a tutte le realtà e le strutture e offre a noi uomini la vera interpretazione della nostra vita.” E, subito dopo, sottolinea che è proprio questo “fondo originario dell’essere” ciò che indichiamo con il termine “Dio”: questa invisibile energia che fa da sostrato originario a tutte le cose e va al di là delle sue visibili e contingenti declinazioni religiose. (Jäger Willigis, Sophia perennis. L’eterna saggezza. Il segreto di tutte le vie spirituali, 2012, Verona Il Segno dei Gabrielli editori).
Potremmo, quindi, porre un’analogia tra l’essenziale di cui parla la volpe ne Il piccolo principe e il termine Dio in tutti i suoi nomi contingenti (Allah, Adonai, Brahman, Deva, Shen, ecc)...

Mario Bonfanti

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martedì 15 maggio 2018

"Queering Jesus" di don Mario Bonfanti


La teologia queer e la sessualità di Gesù.


Immaginate questo titolo sui giornali: Ieri è stato crocifisso il frocio di Dio”. Così scriveva provocatoriamente la teologa latino-americana Marcella Althaus-Reid, commentando il Vangelo di Marco nell’opera a più mani The Queer Bible Commentary. Poco dopo, aggiungeva: “Nel solco della teologia queer, possiamo vedere come (…) la croce sia il tentativo di uccidere una volta per tutte le molteplici resurrezioni di un Gesù queer”.
Ma… cos’è la teologia queer
teologia queer sessualità di gesù



Origini della teologia queer.
Verso la fine degli anni ’60, in America Latina, è sorta una corrente di pensiero teologico (denominata Teologia della Liberazione) che poneva la “prassi di liberazione” come elemento centrale della Chiesa e della riflessione cristiana. Gustavo Gutierrez (uno dei suoi fondatori), nel libro La forza dei poveri (1983), la definiva un “tentativo di interpretare la fede a partire dalla prassi storica concreta, sovversiva e liberatrice, dei poveri di questo mondo, delle classi oppresse, dei gruppi etnici disprezzati, delle culture emarginate”. Da lì proviene l’opzione preferenziale per i poveri – che, da Giovanni Paolo II in poi, è stata sdoganata nella Chiesa cattolica.
Più o meno contemporaneamente alla Teologia della Liberazione, negli Stati Uniti, alcune donne, che si occupavano di teologia in ambito accademico, iniziarono a farsi domande circa quelle che oggi noi chiamiamo questioni di genere; soprattutto, iniziarono a contestare una teologia declinata quasi esclusivamente al maschile. Sorse così la Teologia femminista che, mettendo in luce il ruolo delle donne sia nei Testi Sacri sia nello sviluppo del Cristianesimo, portò anche al recupero in chiave positiva delle categorie della corporeità, sessualità e relazionalità all’interno della trattazione teologica.
Negli anni ’80, è nata la Teologia gay/lesbica che, analogamente alla teologia femminista, partiva dall’esperienza di marginalizzazione delle persone gay e lesbiche. Questa corrente teologica ha impresso una svolta radicale nell’interpretazione di alcuni passaggi biblici, tradizionalmente utilizzati per giustificare la condanna dell’omosessualità...

Mario Bonfanti

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venerdì 2 febbraio 2018

"Tradizionale? No! Queer" di don Mario Bonfanti

Da alcuni anni a questa parte, l’approssimarsi del Natale si accende di scontri attorno al presepe. E anche a questo giro di boa stiamo assistendo a veri e propri colpi di scena all’italiana: il centro destra nel Veneto chiede (e – ahimè – ottiene) un piano per finanziare il presepe in tutte le scuole; il sindaco di Sesto San Giovanni, in un impeto di generosità, addirittura lo regala; il Consiglio comunale di Orbassano (TO) approva una mozione a tutela della cultura e tradizione cattolica; ecc. Visto che la motivazione addotta è sempre “salvare i nostri valori e le nostre tradizioni”, vorrei fare un po’ di chiarezza sul messaggio e sui valori ben poco tradizionali che il presepe porta con sé.
E lo faccio passando in rassegna i personaggi essenziali nell’allestimento di un presepe che si rispetti.

presepe queer
Un presepe queer?


Il/la bambin* Gesù

Partiamo dal(la) protagonista principale che – secondo la tradizione – compare all’ultimo nel cuore della “notte santa” con un colpo di scena in stile deus ex machina o discesa alla Vanda Osiris – se preferite: il bambino Gesù. Bambino? Ma siamo sicuri che fosse un vero bambino maschio? Se stiamo alla tradizione (e al dogma cattolico), Gesù sarebbe nato da una ragazza, senza nessun concorso umano. Un caso rarissimo di “partenogenesi” umana, come quello che nel 1995 aveva fatto balzare sulla sedia alcuni medici scozzesi alle prese con un bambino con anomalia cromosomica. Un caso molto simile alla nascita di Gesù. Come scrive la teologa femminista Virginia Mollenkott: “Se diamo per assodato che Gesù sia nato da un parto verginale… questo significa che Gesù aveva due cromosomi X (non essendoci stato il contributo di uomo con cromosoma Y). Per cui Gesù era femmina a livello cromosomico con fenotipi maschili”. Stante questi dati, il bambino Gesù, allora, non sarebbe un “vero” maschio, ma una persona transgender. Quindi la tradizione – che i politici suddetti vogliono salvaguardare - metterebbe al centro della scena in bella mostra (e – addirittura – da adorare come “dio”) una trans. Le cose si fanno proprio interessanti. Evviva la tradizione!...

Don Mario Bonfanti

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