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domenica 7 novembre 2021

Locked Down: origini e senso della cintura di castità

Diversi mesi orsono, alcuni quotidiani riportarono la notizia di “cinture di castità elettroniche hackerate per chiedere un riscatto”. Ne parlarono addirittura testate come Il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano

E così è emerso un sottobosco, ai più sconosciuto, di una pratica diffusissima anche in Italia: l’uso di oggetti di contenimento sessuale. [...] 
cintura di castità

Per molto tempo, si è creduto che questo strumento di contenimento genitale fosse stato architettato durante il periodo delle Crociate per impedire tradimenti da parte delle mogli dei cavalieri che partivano per la Terra Santa.

In verità, è molto improbabile che i cavalieri medievali imponessero alle proprie mogli una cintura di castità. Più plausibilmente, prima di partire, si accoppiavano con le proprie mogli, così da trovare un figlio al proprio ritorno. È, dunque, evidente che la presenza di una cintura di castità avrebbe impedito il parto. Senza, poi, contare l’obiezione molto più semplice: e cioè il fatto che qualunque serratura medievale poteva essere facilmente aperta da un fabbro. 

Una invenzione rinascimentale.

Chi ha inventato, dunque, la cintura di castità?

Sebbene l’idea di astinenza sessuale sia antichissima e lo stesso termine latino cingulum castitatis (traducibile appunto con “cintura di castità”) compare a partire dal VI secolo in alcuni testi di Papa Gregorio Magno, Alcuino di York, e molto più tardi San Bernardo di Chiaravalle, la prima rappresentazione di un oggetto che ricordi vagamente una cintura di castità risale al 1405 in un manoscritto, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare dell’epoca. Il congegno disegnato è presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti gelosi. Ma non risulta nulla del genere nella Firenze del tempo.

Molto probabilmente fu un qualche fantasioso ingegnere del quattrocento che si inventò questo marchingegno immaginario, come spiega il prof. Alessandro Barbero nel seguente video...


Mario Bonfanti


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giovedì 14 marzo 2019

Misticismo BDSM. Accenni per una spiritualità sadomaso



Con questo articolo, oso addentrarmi in un tema ancora molto tabù nella nostra cultura italiana.
Se, infatti, già il parlare di spiritualità, da una parte, potrebbe creare in alcuni lettori un certo fastidio (in quanto viene immediatamente associata a una particolare adesione religiosa) e l’accennare al sadomasochismo, dall’altra suscitare pruriginosi sospetti (in quanto solletica scenari di perverse situazioni intriganti, ma proibite) il mettere insieme le due cose (addirittura nella forma di un misticismo BDSM) immagino destabilizzi i più.
Vi inviterei a stare con questo eventuale disagio e proseguire, comunque, nella lettura.


bdsm sadomaso


Premessa.
L’intento di questo breve articolo (cui probabilmente ne seguirà un secondo più approfondito e teorico) è quello di condividere alcuni tratti della mia personale esperienza BDSM e ricerca spirituale. Non ho, quindi, nessuna pretesa di esaustività con queste poche righe e tantomeno di verità. Ciò che sto per scrivere è confutabilissimo e passibile di critica, anche feroce.

Incipit
Fin da quando ero alle elementari (non so dire se anche più indietro nel tempo) sentivo un’attrazione irresistibile verso i piedi maschili ed ero affascinato da scene di schiavitù. Ricordo ancora nitidamente la miniserie televisiva Radici, specialmente i momenti in cui Kunta Kinte veniva frustato a sangue. Ero eccitatissimo (pur avendo solo 7 anni) e avevo dentro in me un fortissimo desiderio di essere io quel Kunta Kinte che veniva scarnificato a suon di nerbate. Lo stesso fascino suscitavano in me tutti quei film che rievocavano (o in cui appariva) la condizione degli schiavi nell’antico Egitto, oppure durante il periodo dell’Impero romano.



Quaestio
Se, durante l’infanzia, queste fantasie e fascinazioni non suscitavano in me nessuna domanda, arrivato il periodo pre-adolescenziale e adolescenziale presero piede interrogativi i più disparati: Perché provo queste attrazioni? Da dove provengono? È normale o c’è qualcosa che non va in me? Chi sono io nel profondo? Quale è la mia più intima natura e vocazione? Dove andare?...


Mario Bonfanti

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martedì 5 febbraio 2019

La Deviazione: un folle volo nell'ombra dell'eros


Non può non colpire quell’introduzione così atipica: “Tutto quello che ho riportato, per quanto incredibile, è accaduto veramen­te ed è stato raccontato senza censure.” Fin dall’inizio, Anna K.  chiarisce che non ci saranno “riferimenti puramente casuali” - che, poi, tanto casuali spesso non sono. Excusatio non petita, accusatio manifesta. 

la deviazione anna k. libro
Altra preziosa chiave di lettura è quella citazione illustre in epigrafe: “Fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf. XXVI, vv. 118-119). Non ci si aspetterebbe di trovarli in un’autobiografia erotica come La Deviazione (2017, Youcanprint Self-Publishing). Abitualmente, sono considerati il manifesto della dignità umana. Ci si dimentica, però, che Dante li colloca nell’Inferno, a motivar la dannazione di Ulisse. Anche quello che racconta Anna K. è un inferno: tutto terreno, certo, ma non meno spaventoso di quello poetico.

La sua vicenda, svoltasi tra la fine del 2012 e il febbraio 2013, comincia per caso, da un’occhiata al cellulare dell’amica Antonella. Lo schermo mostra un profilo su un sito d’incontri: un luogo virtuale un po’ grottesco e un po’ ammaliante, come un carnevale. Anna si lascia tentare dalla curiosità. Sul sito, conosce Gabriele, un uomo pieno di garbato fascino che subito stuzzica la sua fantasia… benché lei sia felicemente sposata e abbia una famiglia che adora. Non sono il bisogno d’amore o la solitudine a farle cercare “altro”, ma il desiderio di esperienze: quello che spinse Ulisse ad entrare nell’antro del Ciclope, ad ascoltare il canto delle Sirene, a superare le colonne d’Ercole (nella versione dantesca). Per la prima volta, in oltre quarant’anni di vita, Anna si trova ad affrontare il lato oscuro del suo eros: il piacere della scoperta, di ammaliare e di lasciarsi sedurre, per un’infatuazione senza amore. “Mi sentivo come una Venere, invitante e piena di desiderio, una Venere nemmeno poi da buttar via.”
Il turbine in cui Anna si trova raddoppia la propria forza, quando (sul suddetto sito) conosce anche Valeria: bisessuale, sposata, ma con un marito che le lascia fare del proprio corpo tutto ciò che vuole... 


Erica Gazzoldi

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