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mercoledì 22 settembre 2021

Il Simposio - Leggende metropolitane

 Come chiunque sa, sono dette “leggende metropolitane” quelle storielle inverosimili che titillano però paure e credenze esistenti… al punto da ottenere talora anche una certa risonanza mediatica. Il mondo della sessualità, soprattutto se si tratta di minoranze come quella LGBT, è particolarmente adatto a ispirare questo genere di leggenda. Ecco che il titolo di questo Simposio vuole essere sottilmente provocatorio: quanto c’è di vero in quello che crediamo di sapere del mondo LGBT? 

il simposio leggende metropolitane

            Pensiamo a quanto viene detto sui social e in televisione in merito alla cancel culture e al politically correct: “Sono loro a discriminare! Vogliono censurarci!” Ebbene, sappiamo che deluderemo molta gente, ma un articolo di questo numero smonta proprio la leggenda metropolitana delle minoranze “brutte e cattive” che vogliono “tappare la bocca” agli altri.

            Un vero e proprio falso storico è invece quello della cintura di castità imposta dai crociati alle mogli. Ma, allora, a cosa serve? La risposta vi sorprenderà…

            Sarebbe bello se fossero solo leggende metropolitane le storie di molestie agli studenti queer nelle università. Invece, è assolutamente reale il caso della Yeshiva University, di cui leggerete.

            Sarà poi vero che “gli ftm lo fanno meglio?” Scopritelo nell’intervista intitolata, appunto, FTM Do It Better. A dispetto del titolo, non c’è alcunché di pruriginoso: solo le voci di ragazzi transgender che ci parlano del loro modo di essere uomo.

            Oltre a questo, incontrerete la poesia di un amore saffico finito, i gesti d’amore che hanno accompagnato le ultime Olimpiadi e alcune vignette pungenti.

            Buon viaggio tra realtà e surrealtà!


Il Simposio - Leggende metropolitane è disponibile su Amazon in formato Kindle. 

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giovedì 11 marzo 2021

Esce "Il Simposio - Quell* come noi"

 Essere o non essere LGBT? Questo è il problema. Nel senso che, oggigiorno, comprendere chi sia “dentro” o “fuori” la comunità arcobaleno non è d’immediata comprensione. Si moltiplica la tanto contestata varietà di termini, inglesi e non: non binary, genderqueer, genderfluid, asessuali, aromantici, intersessuali… 

Il Simposio lgbt Quell* come noi

È anche alquanto naturale che sia così. La comunità LGBT, come mostra la sua bandiera, è un arcobaleno: un insieme di diversi colori. Oltretutto, una volta scoperchiato il vaso della “diversità sessuale”, è stato impossibile richiudere nell’oblio le varie sfumature dell’orientamento erotico-affettivo e dell’identità di genere.

Abbiamo perciò preso spunto (ritoccandolo ad hoc) dal titolo di un recente saggio di due storici del mondo LGBT, Luca Locati Luciani e Andrea Meroni: Quelle come me. La storia di “Splendori e miserie” di Madame Royale (Varazze 2020, PM Edizioni).

Chi sono quell* come noi? 

Sono quell* che hanno trascorso “adolescenze segrete” d’innamoramenti non eteronormativi, spesso perdendosi successivamente di vista. Sono quell* il cui eros può trovarsi censurato sui social, o che hanno bisogno di libri di preghiere appositi per poter esprimere la propria fede in religioni come l’Ebraismo. Sono quell* che, come le donne lesbiche americane, hanno bisogno di creare e sperimentare “il proprio mondo” all’interno di bar e di luoghi d’incontro appositi. 

Il tutto distinguendosi dai frequentatori di altri “ghetti sessuali”, come “incel” e “redpillati”: questo numero dedica un’analisi anche ai loro movimenti.

La novità più significativa, però, è la nostra rubrica di poesia.

Benvenut* fra noi!


Il Simposio - Quell* come noi è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.

martedì 5 gennaio 2021

Note su Giovanna della Croce (1481-1534)

 Introduzione

Ci sono due monache chiamate Giovanna della Croce, di interesse per le persone LGBT+: Sor Juana Inés de la Cruz (1648-1695), carmelitana scalza prima, dell’Ordine di San Girolamo poi, e Madre Juana de la Cruz Vázquez Gutiérrez (1481 – 1534), francescana. 

giovanna della croce

La prima è stata una delle più grandi poetesse latinoamericane, e molte sue poesie erano dedicate alla nobildonna che amava e frequentava il suo monastero; ma qui parlo brevemente della seconda, elevata nel 2015 al grado di “Venerabile” per decreto di Papa Francesco. “Venerabile” significa che le si riconoscono virtù eroiche, ma per elevarla al rango di “Beata” occorre (normalmente) attribuire un miracolo alla sua intercessione, e per proclamarla “Santa” normalmente ce ne vogliono due. Immagino che i suoi ammiratori si stiano dando da fare.

Non ripeto qui la sua biografia, perché la potete leggere qui in lingua italiana (questa è la pagina originale inglese); in tale biografia ho riscontrato quattro dettagli sorprendenti che mi hanno fatto sospettare dei legami da esplorare con il mondo ebraico.

 

  1. La transizione intrauterina

Per prima cosa, Giovanna della Croce sosteneva di essere stata concepita maschio, ma di essere stata tramutata in femmina prima di nascere per intervento della Vergine Maria, che voleva che ella riformasse una comunità religiosa femminile. La transizione non fu perfetta, non solo per il comportamento (si travestì da uomo per fuggire da un matrimonio sgradito e rifugiarsi nel convento di cui sarebbe poi diventata badessa), ma anche per l’aspetto: la monaca aveva un pomo d’Adamo assai evidente che lei citava come prova del prodigio.

Orbene, un midrash riportato in varie fonti (come Talmud bBerakhot 60a) dice che Lia, moglie di Giacobbe al pari di Rachele, quando le fu rivelato che Giacobbe avrebbe avuto dodici figli maschi che avrebbero fondato ognuno una tribù, fece due conti: lei aveva già generato sei figli maschi, e stava aspettando il settimo; le serve Zilpa e Bila ne avevano già generato altri due ciascuna, portando il totale a dieci. Perciò, fece notare al Signore, se il figlio che ella aveva in grembo era anch’esso maschio, sarebbe stato l’undicesimo, e Rachele avrebbe avuto la possibilità di generare solo un figlio maschio – il dodicesimo, mettendosi in una condizione peggiore di quella delle due serve. L’Eterno ascoltò Lia e cambiò il sesso del bambino da maschio a femmina – così nacque Dina...


Raffaele Yona Ladu


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Il maschile XX offende meno del femminile XY?

 Ad agosto,  è esplosa sul web (postata dalla pagina Trans Army) una  polemica circa una vignetta rappresentante una ragazza coi capelli lunghi, la coda, una felpa, un paio di jeans e scarpe da tennis, accanto  a un ragazzo in gonna. Lo slogan diceva: “Se non ti offende la prima, perché ti offende il secondo?” La vignetta tocca un tema molto presente nelle rivendicazioni LGBT di origine biologica “xy”,ovvero che sia molto più difficile essere “femminile xy” piuttosto che essere “maschile xx”. 

donna vestita da uomo

Ogni volta che sento questo discorso, lo contraddico in modo deciso e voglio esporre le motivazioni una per una, perché questa visione, senza malafede, ignora davvero le implicazioni del vivere essendo xx e senza alcun interesse a scendere a compromessi con ciò che la società pretende o si aspetta se lo sei.

 

1)    Vestire con ciò che è stato “naturalizzato” come unisex non è “vestire da uomo”

 

Sarebbe errato, nel 2020, dire che una felpa, un paio di jeans e scarpe da tennis sono “da uomo”. I reparti femminili sono pieni di felpe, jeans, scarpe tennis e lo erano anche quando ero piccolo, negli anni ‘80. Questi abiti sono molto simili (ma non uguali) agli stessi capi commercializzati per gli uomini. Questo non impedisce alle donne di avventurarsi nel reparto da uomo e prendere proprio quelli “per l’uomo”, anche se questo ha spesso conseguenze, come la commessa che invita la persona ad andare dall’altra parte, se sta cercando “per sé”. Allo stesso modo, ci sono abiti ed accessori (nati per ragazze e donne), di meno, in verità, che sono stati naturalizzati per i ragazzi, o che, comunque, sono stati sdoganati almeno per una stagione della moda: ad esempio, la fascia per capelli, il cerchietto da calciatore, maglie scollate, jeans aderenti e a vita bassa con mutande in vista, orecchini anche su entrambi i lati, depilazioni, manicure, le mêches e così via. Quindi, il punto non è se qualcosa sia “da uomo” o “da donna” e non è neanche chi viene giudicato di più: il punto è se quel capo o accessorio, in quel momento, sia “accettabile” o meno per quel determinato sesso biologico...


Nathan


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Binarismo o bimodalità

 Mi è capitato di imbattermi in questo articolo del Professor Jerry Coyne, e credo che meriti una critica.

Intanto, il titolo “In difesa del binarismo dei sessi umani” semplifica troppo quello che l’autore stesso afferma qui:

Ad essere ben più precisi, il sesso biologico negli umani è bimodale: se fai un grafico della frequenza mettendo il “sesso” sull’asse delle X e “frequenza degli individui che si conformano a tal sesso”, ti trovi con una bella punta in corrispondenza del “maschile” ed un’altra bella punta in corrispondenza del “femminile”, e poi alcune piccole spine tra i due che corrispondono agli ermafroditi od intersessuali. 

binarismo

A livello molto divulgativo, non troverei niente da obbiettare; ma mi sono letto recentemente un testo di biostatistica (Wayne W. Daniel, Biostatistica. Concetti di base per l’analisi statistica delle scienze dell’area medico-sanitaria. Seconda edizione, 2007, Napoli, EdiSES), il quale, ad onta della sua vetustà (ne è uscita la terza edizione nel 2019), mi mette in guardia dall’ipotetico grafico del Prof. Coyne.

Infatti nell’asse delle X egli rappresenta una variabile che ha pensato come discreta, anzi binaria (il sesso biologico), e che ha cercato di rendere continua per includere gli intersessuali. Ma non ha spiegato come posizionare le diverse forme di intersessualità (anzi, i diversi individui intersessuali) lungo l’asse delle X.

Ci vorrebbe una tecnica di misura capace di stabilire quanto una persona è maschio e quanto una persona è femmina (sulla base delle diverse caratteristiche corporee, ad ognuna delle quali occorrerebbe attribuire un peso), ed esprimere il risultato con un numero razionale o reale.

Coyne non ha proposto questa tecnica (non so se altri l’abbiano fatto), quindi il grafico che propone, con una variabile indipendente (il sesso) continua ed una funzione di probabilità (la frequenza) continua, rimane una generica astrazione senza significato perché non ha spiegato come rendere continua la variabile sesso. Queste sono le cose che ti puoi permettere in un blog, ma ti costerebbero la bocciatura in un esame universitario – figuriamoci in un articolo per una rivista peer-reviewed.

E non è che lo ha fatto solo perché una tecnica simile sarebbe alquanto complicata e soggetta ad arbitrio (sarebbe bello se la proponesse una commissione medica internazionale), ma perché i risultati si spalmerebbero in un intervallo, tra il “maschio al 100%” e la “femmina al 100%”, ovvero distribuiti in uno spettro.

Anche se è praticamente certo che la distribuzione di probabilità di codesti risultati sarebbe bimodale, ovvero con due massimi verso gli estremi della mascolinità e della femminilità, il Prof. Coyne si troverebbe obbligato a convenire con i colleghi che vuol contestare...


Raffaele Yona Ladu

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sabato 26 dicembre 2020

Una trama arcobaleno

 Introduzione

Traduco qui l’intervista a Noam Sienna, PhD, autore del libro “A Rainbow Thread. An Anthology of Queer Jewish Texts from the First Century to 1969 = Una trama arcobaleno. Un’antologia di testi ebraici queer dal Primo Secolo [dell’era volgare] al 1969”. Sebbene il libro sia stato pubblicato (nel maggio 2019) da Print-O-Craft, un piccolo editore di Philadelphia specializzato in Judaica, lo si può ordinare anche su Amazon, e probabilmente anche presso la vostra libreria online preferita.

L’intervista di David A.M. Wilensky è stata pubblicata da Jweekly.com - The Jewish News of Northern California = Le notizie ebraiche [settimanali] della California del Nord il 29 giugno 2020 per lanciare una presentazione virtuale del libro svoltasi il 6 luglio 2020; ho pensato però che fosse il caso di tradurre comunque l’intervista.

Le note tra parentesi quadre sono mie, e quasi tutti i link che trovate nell’intervista li ho aggiunti io – quello che è ovvio per un lettore californiano può non esserlo per noi.

Traduzione 

ebrei queer

L’anno prima che Noam Sienna, 30 anni, si guadagnasse il mese scorso il dottorato in storia ebraica all’University of Minnesota, aveva già pubblicato un libro innovativo. “A Rainbow Thread. An Anthology of Queer Jewish Texts from the First Century to 1969 = Una trama arcobaleno. Un’antologia di testi ebraici queer dal Primo Secolo [dell’era volgare] al 1969” raccoglie fonti primarie di e sugli ebrei queer che risalgono a molto prima di quello che la maggior parte delle persone avrebbe ritenuto possibile. Alcune sono documenti giuridici, altre sono poesie. Vanno dallo scioccante al commovente. E molte non sono mai state pubblicate prima.

Sienna, che vive a Minneapolis, discuterà il libro il 6 luglio ad un evento virtuale sponsorizzato da The Jewish Community Library [at JCCSF – ovvero la biblioteca della comunità ebraica di San Francisco], Afikomen Judaica [un negozio di articoli e libri ebraici a Berkeley], e la congregazione Sha‘ar Zahav [una comunità riformata di San Francisco]...


A cura di Raffaele Yona Ladu


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lunedì 15 giugno 2020

Non è un Paese per genderqueer

Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord; nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva, gli inquilini erano stati divisi in maschi e femmine e si sentiva estraneo ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente. 

non è un paese per genderqueer

Anche all’università, l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e Louis Vuitton.
Non tornava a casa da molto tempo: preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti, a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno (i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni) diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale, lì ,aveva potuto essere chi realmente era ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.
Ale, a Milano, si tagliava i capelli da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.
Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle curiose e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti...


Nathan


Il Simposio - Non è un Paese per... è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.

martedì 12 maggio 2020

Il Simposio - Non è un Paese per...


Non è un paese per… Per chi? Per cosa? L’interruzione lascia un vuoto che pone domande.
Il titolo di questo numero si ispira visibilmente a uno degli articoli contenuti in esso: Non è un Paese per genderqueer. Ma quel “buco” può essere riempito da altri “indesiderati”, normalmente “tollerati” - quella che già Pasolini definiva come forma di condanna più raffinata.
Comprendere le dinamiche di discriminazione e privilegio, innanzitutto, richiede un lavoro di analisi intersezionale della società, che mostri le interconnessioni fra genere, razza, classe, orientamento sessuale e altri elementi. 
il simposio lgbt non è un paese per

A proposito di orientamento sessuale e di genere, vedremo come due film di argomento yiddish affrontino queste tematiche in un modo che è probabilmente inusuale per chiunque stia leggendo in questo momento.
Attraverso un romanzo, conosceremo una storia di maturazione e scoperta di sé da parte di un uomo gay attraverso il rugby.
La nostra rubrica di cinema e spettacolo ci racconterà invece la storia vera di due donne che si sono amate tra mille rischi, nella Germania nazista.
L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 ci ha invece portati a pubblicare un articolo su quanto le epidemie accentuino le fragilità sociali e la solitudine che già pesano su alcune persone, come le donne transessuali costrette a prostituirsi.
Un sorriso arriva dalle vignette, sebbene si tratti di un sorriso amaro sugli atteggiamenti machisti e sessisti di certi “microcefali”.
Dal “come devono essere le donne” dettato dai “veri maschi” al “come devono essere gli uomini” secondo coloro che vorrebbero “contrastare la dismisura del desiderio maschile”: ci sarà sempre qualcuno che pretenderà di stabilire il “dover essere” del prossimo?
Concludiamo questa carrellata di “indesiderati” con le immagini di chi è “desiderato” certamente: due fotomodelli, esempi di “equilibri” estetici immortalati in fotografia.

Il Simposio - Non è un Paese per... è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.

venerdì 9 novembre 2018

"Gender Dei: una questione politica" di Mario Bonfanti


Uno dei temi cari alla teologia queer è non solo l’identità di genere (e orientamento sessuale) di Gesù, ma anche (e più radicalmente) il tema del “genere di Dio”: è maschio? Femmina? O altro?
Un tema non solo “specialistico”, ma che tocca anche la vita delle Chiese cristiane: lo scorso anno, la Chiesa Evangelica Luterana svedese ha aggiornato le proprie linee guida chiedendo al suo clero di utilizzare un linguaggio gender neutral in riferimento all'Ente Supremo, al quale non ci si dovrà più rivolgere al maschile; ma anche nella Chiesa Cattolica sono in atto, da un po’ di tempo a questa parte, dei tentativi di integrare l’immagine maschile di Dio (il 10 settembre 1978 Papa Giovanni Paolo I parlò di Dio come “madre”). 
gender dei mario bonfanti


Il gender: di cosa parliamo?
Negli ultimi anni, attorno alla questione del gender si sono purtroppo addensati pregiudizi e paure che ne hanno completamente traviato il senso. E così, da termine “neutro” e per addetti ai lavori, è divenuta parola calda (se non bollente) da sbandierare a destra e a manca come spauracchio di fantomatiche trame di improbabili lobby gay. Vorrei fare, dunque, un po’ di chiarezza prima di addentrarmi nell’argomento di questo mio contributo.
Nel primo capitolo del recente saggio Sguardi sul genere. Voci in dialogo (un testo che consiglio caldamente a chi voglia acquisire conoscenze scientifiche aggiornate sul tema) Federico Ferrari, Enrico M. Ragaglia e Paolo Rigliano scrivono: “Per genere l’intera comunità scientifica mondiale intende l’insieme delle differenze tra uomini e donne, che ogni società costruisce a partire dalla propria concezione delle differenze tra corpo maschile e femminile. Tali differenze consistono in tutti quei processi – psichici, interpersonali, comportamentali e di presentazione di sé – con i quali le società trasformano i corpi sessuati (maschio/femmina/intersessuale) in identità personali socialmente riconosciute (uomo/donna) e organizzano la divisione dei ruoli e dei compiti tra donne e uomini, differenziandoli dal punto di vista sociale l’uno dall’altra.” (A cura di Paolo Rigliano, Sguardi sul genere. Voci in dialogo, 2018, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, p. 24).
Già da questa prima citazione emerge chiaramente come la dimensione sociale e culturale siano radicalmente coinvolte qualora si parli di “genere”...

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mercoledì 12 settembre 2018

"Il Dio pangender" di Raffaele Yona Ladu


Introduzione

Molte divinità sono pangender – tra cui YHWH, il Dio d’Israele. Ne ha parlato il rabbino Mark Sameth, in una serie di articoli pubblicata sul New York Times e su Forward. Traduco il primo degli articoli e riassumo gli altri (che rispondono alle obiezioni ricevute); ogni versetto biblico è linkato al testo originale ebraico, nel sito della Biblia Hebraica Stuttgartensia, l’attuale versione di riferimento per chi non è ebreo ortodosso - la Biblia Hebraica Quinta, che la sostituirà, è stata pubblicata solo in parte e non è disponibile online. 



Negli anni Settanta, una mia cugina, Paula Grossman, divenne una delle prime persone in America a subire la riassegnazione chirurgica del sesso. Come Paul Monroe Grossman, la cugina Paula era stata un’amata insegnante di musica del New Jersey. Dopo l’operazione, fu licenziata, e poi perse la causa di licenziamento illegittimo perché discriminatorio (però il tribunale sentenziò che lei meritava una pensione d’invalidità). La storia fece molto scalpore, e mi piace pensare che oggi sarebbe finita diversamente [1].
Quarant’anni dopo che la Corte Suprema rifiutò di discutere il caso di Paula nel 1976, continua a svolgersi la storia delle persone transgender. Questo mese, uno studente delle superiori della Virginia ha perso il diritto ad usare il bagno che vuole lui quando la Corte Suprema ha temporaneamente inibito un provvedimento di una corte inferiore [2]. Eppure, per la prima volta si può immaginare una sentenza del plenum della Corte Suprema che vieti completamente la discriminazione contro le persone transgender. C’è davvero motivo di speranza, anche se i pregiudizi sociali non scompaiono dalla sera alla mattina.
Sono un rabbino, e pertanto sono particolarmente rattristato quando si ricorre ad argomenti religiosi per difendere i pregiudizi sociali – come spesso accade quando si discutono i diritti delle persone transgender. Infatti, la Bibbia ebraica, quando letta in originale, offre una visione del genere molto elastica. Davvero: molto elastica!
In Genesi 3:12 Eva è detta “egli”; in Genesi 9:21, dopo il diluvio, Noè si scoprì dentro la tenda di “lei”. Genesi 24:16 dice che Rebecca è un “ragazzo”. Ed in Genesi 1:27 Adamo è detto “loro”...


Note e link


[1] L’articolo è del 2016; il 7 Marzo 2018 una corte federale, in EEOC v. R.G. & G.R. Harris Funeral Homes, Inc., ha sancito che licenziare una persona che transiziona viola il Titolo VII della Legge sui Diritti Civili del 1964, che vieta le discriminazioni per sesso. E non si può usare la religione come scusa: la Legge sui Diritti Civili esprime l’interesse preminente del governo a non discriminare, e lo fa nel modo meno gravoso possibile per le credenze religiose delle persone.

[2] Nel frattempo, si è tentato di fare appello alla Corte Suprema; poiché però Donald John Trump e Jeff Sessions hanno stabilito che l’interpretazione governativa della Legge sui Diritti Civili esclude le persone transgender, la Corte Suprema il 6 marzo 2017 ha rinviato il caso alle corti inferiori. Ma il 30 Marzo 2017 un’altra corte d’appello federale, in un caso simile del Wisconsin, ha dato ragione allo studente. Probabilmente la Corte Suprema USA dovrà decidere in futuro nel merito...

Traduttore e curatore Raffaele Yona Ladu

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mercoledì 20 giugno 2018

" 'Vecchi" gay contro 'giovani' queer: ma sarà vero?" di Erica Gazzoldi


È nota l’intervista rilasciata da Giovanni Dall’Orto ad Arcigay Catania, intitolata Tractatus logicus-queerophobicus (disponibile on line: è stata pubblicata su Facebook , ma è ritrovabile anche qui). In essa, Dall’Orto accusa il pensiero queer di “nominalismo”: la dottrina per cui non esisterebbero enti reali, ma unicamente i segni linguistici corrispondenti. (Vedasi “nominalismo” su Treccani.it). Secondo lui, il pensiero queer moltiplicherebbe a dismisura sigle e nomi di orientamenti e identità di genere, perché sarebbe incapace di distinguere il pensiero astratto dalla realtà e pretenderebbe dunque che il linguaggio contenesse in sé la totalità delle differenze. 
nathan vignetta LG contro BTQ
Vignetta di Nathan

Quest'ideologia obbliga a un inseguimento nevrotico e mai concluso di nuove sigle, di nuove letterine, di nuove oppressioni, da aggiungere a “lgbt”. Ogni mattina un queer si sveglia sapendo che dovrà inventare una nuova letterina da aggiungere alla sigla, poi però ogni sera un queer prima di andare a dormire userà la sigla “lgbt+” per non dover passare il resto della notte a ricopiare tutto il risultato della passeggiata del gatto sulla tastiera.L'uso sempre più diffuso di “lgbt+” è una chiarissima confutazione della ragionevolezza del modo di agire queer. Che ha iniziato ad aggiungere letterine perché proclamava che non si poteva contenere tutta la diversità del mondo omosessuale in una parola sola, scoprendo troppo tardi che anche “lgbt” è comunque una parola, e quindi ha dovuto continuare ad ampliarla fino a renderla inutilizzabile nel mondo reale.Siamo così arrivati a inventare una parola che contiene tutta questa incontenibile e ineffabile diversità in un ridicolo “eccetera”, in un risibile “+”. Patetico.Se i queer non fossero mostruosamente ignoranti sul funzionamento della lingua, come sono, avrebbero saputo che lo sforzo di raggiungere l'assoluta esaustività è vano, perché il linguaggio umano non funziona come pensano, o come vogliono, loro.La lingua è una mappa, che si limita a dirci in che punto è situata la cosa o il concetto di cui stiamo parlando. Una parola è un segnale, un segnalibro, su quella mappa. Nient'altro:una mappa non potrà mai essere il territorio, perché una mappa che ha lo stesso livello di dettaglio del territorio è il territorio stesso...
Erica Gazzoldi

Continua su Il Simposio - Linee che s'intersecano. Disponibile nelle versioni Kindle e paperback.


martedì 15 maggio 2018

"Queering Jesus" di don Mario Bonfanti


La teologia queer e la sessualità di Gesù.


“Immaginate questo titolo sui giornali: Ieri è stato crocifisso il frocio di Dio”. Così scriveva provocatoriamente la teologa latino-americana Marcella Althaus-Reid, commentando il Vangelo di Marco nell’opera a più mani The Queer Bible Commentary. Poco dopo, aggiungeva: “Nel solco della teologia queer, possiamo vedere come (…) la croce sia il tentativo di uccidere una volta per tutte le molteplici resurrezioni di un Gesù queer”.
Ma… cos’è la teologia queer? 
teologia queer sessualità di gesù



Origini della teologia queer.
Verso la fine degli anni ’60, in America Latina, è sorta una corrente di pensiero teologico (denominata Teologia della Liberazione) che poneva la “prassi di liberazione” come elemento centrale della Chiesa e della riflessione cristiana. Gustavo Gutierrez (uno dei suoi fondatori), nel libro La forza dei poveri (1983), la definiva un “tentativo di interpretare la fede a partire dalla prassi storica concreta, sovversiva e liberatrice, dei poveri di questo mondo, delle classi oppresse, dei gruppi etnici disprezzati, delle culture emarginate”. Da lì proviene l’opzione preferenziale per i poveri – che, da Giovanni Paolo II in poi, è stata sdoganata nella Chiesa cattolica.
Più o meno contemporaneamente alla Teologia della Liberazione, negli Stati Uniti, alcune donne, che si occupavano di teologia in ambito accademico, iniziarono a farsi domande circa quelle che oggi noi chiamiamo questioni di genere; soprattutto, iniziarono a contestare una teologia declinata quasi esclusivamente al maschile. Sorse così la Teologia femminista che, mettendo in luce il ruolo delle donne sia nei Testi Sacri sia nello sviluppo del Cristianesimo, portò anche al recupero in chiave positiva delle categorie della corporeità, sessualità e relazionalità all’interno della trattazione teologica.
Negli anni ’80, è nata la Teologia gay/lesbica che, analogamente alla teologia femminista, partiva dall’esperienza di marginalizzazione delle persone gay e lesbiche. Questa corrente teologica ha impresso una svolta radicale nell’interpretazione di alcuni passaggi biblici, tradizionalmente utilizzati per giustificare la condanna dell’omosessualità...

Mario Bonfanti

Continua su Il Simposio - Linee che s'intersecano. Disponibile in formato Kindle e in paperback. 





giovedì 26 aprile 2018

Il Simposio LGBT: Linee che s'intersecano

il simposio lgbt linee che s'intersecanoIntersezioni fra le discriminazioni e gli attivismi che le combattono. Intersezioni fra sentimenti diversi, ma non opposti, veicolati dall‟arte. Intersezioni fra vite che s‟incontrano a sul filo di un twist. Intersezioni fra diversi Paesi del mondo, per sapere cosa significhi essere gay laggiù. Intersezioni fra “sacro” e “profano”. Intersezioni di idee ed esistenze nei ricordi di un attivista “in pensione”. Intersezioni tra “diversi” che si scoprono “simili”. Questo e altro ci hanno ispirato un titolo tratto chiaramente da Se una notte d‘inverno un viaggiatore, di Italo Calvino. Buon viaggio a tutt* voi, lungo una rete di linee che s‟intersecano. 
Hanno collaborato: Pietro Antonazzi, Mario Artiaco, Mario Bonfanti, Nathan, Viviana Borrelli, Luca Foglia Leveque, Erica Gazzoldi, Damiano Dario Ghiglino, Anton Emilio Krogh, Raffaele Yona Ladu, Enrico Proserpio.

Disponibile in Kindle e paperback. Per quanto riguarda il precedente numero de Il Simposio, potete trovare informazioni qui.

mercoledì 21 febbraio 2018

"Queeriodicals e lo storico percorso di rivendicazione delle persone LGBT" - Intervista con Luca Locati Luciani

L’esposizione milanese, prima del genere in Italia, ripercorre 147 anni di lotte per l’uguaglianza attraverso l’editoria LGBT. Intervista con Luca Locati Luciani, curatore della mostra.

queeriodicals milano
Inversions, Francia,  n. 2, 15 dicembre 1924. 


Queeriodicals, editoria periodica LGBT dal 1870 ad oggi è stata una mostra che ha ripercorso 147 anni di editoria LGBT e ha testimoniato un cammino di rivendicazione lungo oltre un secolo.
L’esposizione, prima nel suo genere nel nostro paese, era costituita da un centinaio di pezzi provenienti dalla collezione di Luca Locati Luciani, rigorosamente originali. La mostra si è tenuta nei prestigiosi spazi della Biblioteca Sormani a Milano dall’1 al 16 settembre 2017, ed è stata inaugurata con un convegno moderato da Marco Albertini, con Giovanni Dall’Orto, storico LGBT, Sara Di Giovanni, responsabile dell’archivio del Cassero di Bologna, Felix Cossolo, fondatore di importanti riviste LGBT italiane, Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay, e naturalmente Luca Locati Luciani.
Il nome Queeriodicals è la fusione di periodicals (editoria periodica) con queer, il termine ombrello preso in prestito dal mondo anglosassone per identificare la comunità, le tematiche e le rivendicazioni LGBT. Proprio grazie al percorso della mostra, le visitatrici e i visitatori hanno scoperto come, in oltre un secolo di lotte, si siano continuamente evolute le parole per dirsi. Parole usate tutti i giorni, di cui però spesso viene ignorata l’origine, e parole ormai scomparse dal quotidiano: da terzo sesso a LGBT, passando per omosessuale, omofilo, gay e lesbiche e approdare a queer.
Ho intervistato Luca Locati Luciani, curatore di Queeriodicals, e ideatore della collezione.
                                                        
La tua collezione è il frutto di molti anni di lavoro e di ricerche: Queeriodicals ha messo in mostra decine e decine di periodici. Ce ne sono alcuni ai quali sei più legato?

In fondo, sono legato a tutti i periodici che sono stati esposti. Ma, se dovessi scegliere una testata in particolare, sicuramente sarebbe la francese Inversions: una rivista nata a Parigi nel 1924, e chiusa definitivamente nel 1925, a causa di un processo per oltraggio al pudore, nel quale due dei fondatori vennero condannati a tre mesi di carcere ciascuno...

 Intervista a cura di Riccardo Strappaghetti

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venerdì 2 febbraio 2018

"Tradizionale? No! Queer" di don Mario Bonfanti

Da alcuni anni a questa parte, l’approssimarsi del Natale si accende di scontri attorno al presepe. E anche a questo giro di boa stiamo assistendo a veri e propri colpi di scena all’italiana: il centro destra nel Veneto chiede (e – ahimè – ottiene) un piano per finanziare il presepe in tutte le scuole; il sindaco di Sesto San Giovanni, in un impeto di generosità, addirittura lo regala; il Consiglio comunale di Orbassano (TO) approva una mozione a tutela della cultura e tradizione cattolica; ecc. Visto che la motivazione addotta è sempre “salvare i nostri valori e le nostre tradizioni”, vorrei fare un po’ di chiarezza sul messaggio e sui valori ben poco tradizionali che il presepe porta con sé.
E lo faccio passando in rassegna i personaggi essenziali nell’allestimento di un presepe che si rispetti.

presepe queer
Un presepe queer?


Il/la bambin* Gesù

Partiamo dal(la) protagonista principale che – secondo la tradizione – compare all’ultimo nel cuore della “notte santa” con un colpo di scena in stile deus ex machina o discesa alla Vanda Osiris – se preferite: il bambino Gesù. Bambino? Ma siamo sicuri che fosse un vero bambino maschio? Se stiamo alla tradizione (e al dogma cattolico), Gesù sarebbe nato da una ragazza, senza nessun concorso umano. Un caso rarissimo di “partenogenesi” umana, come quello che nel 1995 aveva fatto balzare sulla sedia alcuni medici scozzesi alle prese con un bambino con anomalia cromosomica. Un caso molto simile alla nascita di Gesù. Come scrive la teologa femminista Virginia Mollenkott: “Se diamo per assodato che Gesù sia nato da un parto verginale… questo significa che Gesù aveva due cromosomi X (non essendoci stato il contributo di uomo con cromosoma Y). Per cui Gesù era femmina a livello cromosomico con fenotipi maschili”. Stante questi dati, il bambino Gesù, allora, non sarebbe un “vero” maschio, ma una persona transgender. Quindi la tradizione – che i politici suddetti vogliono salvaguardare - metterebbe al centro della scena in bella mostra (e – addirittura – da adorare come “dio”) una trans. Le cose si fanno proprio interessanti. Evviva la tradizione!...

Don Mario Bonfanti

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giovedì 1 febbraio 2018

"Il Bodhisattva pangender" di Michele Berton

Il Bodhisattva della Compassione è una delle figure più importanti in tutte le tradizioni buddhiste.
In sanscrito, il suo nome è Avalokitesvara; il suo significato è: ‘Signore che guarda’,  dalla combinazione delle parole avalokita – colui che guarda – e isvara – signore –.
In tibetano, è chiamato Chenrezig, ‘Signore dallo sguardo compassionevole’.
In cinese, originariamente, era Guanshiyin, dove guan significa “osservare, ascoltare, comprendere”. Shi si riferisce al samsara, quindi ai cicli di sofferenze causate da nascita, invecchiamento, malattia e morte; yin significa “suono, voce, melodia”. La sua traduzione viene resa con la frase: ‘Colei che ascolta i lamenti del mondo’, con riferimento alla misericordia. In seguito, il suo nome fu abbreviato in Guanyn. 
avalokiteshvara androgino
Rappresentazione androgina di Avalokiteshvara

Viene chiamato Kannon in giapponese, Gwam-eum in coreano, Quan Am in vietnamita, Nidubarusheckchi in mongolo; ha un nome in tutte le lingue della tradizione buddhista, sempre con significati simili, e sempre come il Bodhisattva della grande compassione.
Viene citato anche come “il Buddha Avalokiteshvara”, il Buddha della Compassione; è la personificazione della compassione universale di tutti gli esseri illuminati. Affidandoci a lui/lei, accresciamo con naturalezza la nostra compassione.
Insieme a Vajrapani  (la potenza del Buddha) e Manjushri (la saggezza del Buddha), compone la triade dei Grandi Bodhisattva.
A lui/lei sono dedicati alcuni dei sutra più importanti del canone buddhsta: il Sutra del Cuore, che fa parte della tradizione mahayana della Prajnaparamita; il Sukhāvatīvyūhasūtra (Sutra degli Ornamenti della Terra Beata); l’Amitāyurdhyānasūtra (Sutra della Contemplazione della Vita Infinita); ma specialmente il XXV capitolo dello scritto più diffuso della tradizione buddhista, il Saddharmapundarīka-sūtra (Sutra del Loto della Legge Meravigliosa). Oltre a questi, ricordiamo il celeberrimo mantra Om Mani Padme Hum.
Ciò che rende questa importantissima figura peculiare e unica nella tradizione buddhista (e non solo) è la sua non appartenenza ad alcun genere, o la sua appartenenza a ciascun genere. Infatti appare nei testi di riferimento citati in precedenza come giovane uomo, bellissima donna, ermafrodito o essere asessuato. Anche all’interno dello stesso testo...

Michele Berton

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