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giovedì 8 aprile 2021

Red Pill: quando la critica ai ruoli di genere è misogina

 Qualche anno fa, mi hanno spiegato che, oltre agli attivisti MRA, ci sono gli “attivisti” Incel e“ RedPillati”. Curioso come una scimmia, ho provato a capire qualcosa di più su questo movimento. La cosa che mi incuriosiva era che, per una volta, era la “maggioranza” (non che “le donne” siano una minoranza!), ovvero gli uomini etero, a voler costruire impalcature sociologiche per analizzare vantaggi e svantaggi di quello che noi attivisti LGBT chiameremmo “binarismo di genere”.

Red pill



Mi incuriosiva il fatto che qualcuno, quelli che noi LGBT e le femministe consideriamo “privilegiati”, ragionassero sullo “svantaggio” di essere uomini biologicamente maschi ed eterosessuali, in un mondo “binario” che si basa sui ruoli di genere. Mi interessava cercare di capire il “contraccolpo del privilegio”, in quanto io sono una persona LGBT, ma sono anche un uomo (sebbene non eterosessuale) e, soprattutto, perché non mi sono mai definito “femminista”, ma “antibinario”. Ho deciso di capire se potesse esserci qualcosa di fondato nella cosiddetta RedPill, anche se non condividevo per nulla come essa venisse promossa e presentata, almeno in lingua italiana. Prima, però, è il caso che io spieghi a chi mi sta leggendo cosa sia questa RedPill e a che conclusioni sono arrivato studiandola.


Cos’è questa RedPill


Non so quando la teoria RedPill sia nata, ma, esaminando Google Trends, nel 2014 questo termine ha registrato una veloce crescita nelle ricerche. Ha raggiunto un picco nel 2017, proprio quando io ne avevo sentito parlare. Il nome è tratto dal film Matrix, anche se le due registe transgender non avrebbero mai pensato che qualcuno ne avrebbe fatto questo utilizzo, e il fenomeno è legato a doppio filo al movimento AltRight americano, della destra “alternativa”, che sostiene che il “vero” discriminato, oggi, sia l’uomo eterosessuale bianco. La teoria sostiene che l’uomo etero “risvegliato” dalla pillola rossa sia in grado di capire che la donna, “per natura” (e qui vi è grande distanza dal movimento antibinario, che sostiene che i ruoli siano culturali), cerca la sicurezza di un uomo protettivo e potente che la mantenga e che, quindi, abbia potere, soldi e “bellezza”. Andando, però, negli spazi redpillati, si scopre che hanno un loro concetto di bellezza basato sulla simmetria del viso, verificabile da alcune strane app che danno ad ogni viso un votodall’1 al 10. In una pratica che ha sfumature omoerotiche, i redpillati condividono foto per avere conferme o smentite sul voto da 1 a 10 che essi danno a se stessi da parte degli altri maschi redpillati. Inoltre, la teoria sostiene che sia stato il Sessantotto e la successiva libertà sessuale a permettere, tramite la caduta dei “matrimoni combinati”, a tutte le donne ad ambire a uomini più belli e ricchi, lasciando a bocca asciutta i brutti, i poveri, e gli ignoranti. Il movimento, quindi, spera in un ritorno alla società precedente all’emancipazione femminile, quella che per noi attivisti, invece, non è ancora sufficiente.

Molti uomini redpillati sono di destra e cattolici.

I loro gruppi sono, più che altro, spazi da “gruppo di autoaiuto”, in cui, spesso con commenti gratuitamente misogini (addirittura, le donne sono chiamate le NP, o le ennepì, le “non persone“), gli uomini protestano sui rifiuti ricevuti, chiarendo che queste donne sono dei 3, dei 4, dei “cessi a pedali” e non si capisce come abbiano potuto respingere loro. Inoltre ,sostengono che le donne siano attratte prevalentemente da uomini mascelloni e violenti e scartino i “sensibili uomini beta”; ma, spesso, si dimostrano loro stessi violenti, in questi sfoghi pieni di insulti e minacce. I personaggi peggiori, invece, giustificano stupri e molestie, dicendo che sono le donne a “cercarsela”. È chiaro che, se il loro movimento voleva essere una critica ai ruoli di genere (quelli che vogliono che l’uomo sia galante, offra cene e venga scartato se non abbastanza macho o in carriera), poiché essi paradossalmente danneggiano anche l’uomo etero (pressato dalle aspettative di forza e dominanza, scartato per qualcuno di più autoritario), esso fallisce e si perde in una serie di sfoghi gratuiti, violenti, pieni di body shaming alle donne, senza nessuna vera proposta, se non quella di tornare a quando vigeva “la legge del più forte” e la donna doveva sposare chi la sceglieva, senza poter scegliere, e dove i ruoli di genere da cui si sentono oppressi erano ancora più marcati...


Nathan


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martedì 5 gennaio 2021

Binarismo o bimodalità

 Mi è capitato di imbattermi in questo articolo del Professor Jerry Coyne, e credo che meriti una critica.

Intanto, il titolo “In difesa del binarismo dei sessi umani” semplifica troppo quello che l’autore stesso afferma qui:

Ad essere ben più precisi, il sesso biologico negli umani è bimodale: se fai un grafico della frequenza mettendo il “sesso” sull’asse delle X e “frequenza degli individui che si conformano a tal sesso”, ti trovi con una bella punta in corrispondenza del “maschile” ed un’altra bella punta in corrispondenza del “femminile”, e poi alcune piccole spine tra i due che corrispondono agli ermafroditi od intersessuali. 

binarismo

A livello molto divulgativo, non troverei niente da obbiettare; ma mi sono letto recentemente un testo di biostatistica (Wayne W. Daniel, Biostatistica. Concetti di base per l’analisi statistica delle scienze dell’area medico-sanitaria. Seconda edizione, 2007, Napoli, EdiSES), il quale, ad onta della sua vetustà (ne è uscita la terza edizione nel 2019), mi mette in guardia dall’ipotetico grafico del Prof. Coyne.

Infatti nell’asse delle X egli rappresenta una variabile che ha pensato come discreta, anzi binaria (il sesso biologico), e che ha cercato di rendere continua per includere gli intersessuali. Ma non ha spiegato come posizionare le diverse forme di intersessualità (anzi, i diversi individui intersessuali) lungo l’asse delle X.

Ci vorrebbe una tecnica di misura capace di stabilire quanto una persona è maschio e quanto una persona è femmina (sulla base delle diverse caratteristiche corporee, ad ognuna delle quali occorrerebbe attribuire un peso), ed esprimere il risultato con un numero razionale o reale.

Coyne non ha proposto questa tecnica (non so se altri l’abbiano fatto), quindi il grafico che propone, con una variabile indipendente (il sesso) continua ed una funzione di probabilità (la frequenza) continua, rimane una generica astrazione senza significato perché non ha spiegato come rendere continua la variabile sesso. Queste sono le cose che ti puoi permettere in un blog, ma ti costerebbero la bocciatura in un esame universitario – figuriamoci in un articolo per una rivista peer-reviewed.

E non è che lo ha fatto solo perché una tecnica simile sarebbe alquanto complicata e soggetta ad arbitrio (sarebbe bello se la proponesse una commissione medica internazionale), ma perché i risultati si spalmerebbero in un intervallo, tra il “maschio al 100%” e la “femmina al 100%”, ovvero distribuiti in uno spettro.

Anche se è praticamente certo che la distribuzione di probabilità di codesti risultati sarebbe bimodale, ovvero con due massimi verso gli estremi della mascolinità e della femminilità, il Prof. Coyne si troverebbe obbligato a convenire con i colleghi che vuol contestare...


Raffaele Yona Ladu

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lunedì 15 giugno 2020

Non è un Paese per genderqueer

Quarto anno di università per Ale, in una grande città del Nord; nessun amico.
Allo studentato dove risiedeva, gli inquilini erano stati divisi in maschi e femmine e si sentiva estraneo ai discorsi delle compagne di corridoio. Depilazioni, epilazioni, ricostruzione delle unghie col gel, tacchi 9, 10 e 12, e trucco tatuato semipermanente. 

non è un paese per genderqueer

Anche all’università, l’ambiente non era tanto diverso. Si aggiungeva una malcelata presunta superiorità da parte degli studenti indigeni, provenienti da ricche famiglie di città, figli d’arte, cresciuti a pane, Gucci e Louis Vuitton.
Non tornava a casa da molto tempo: preferiva percorrere infinite vie deserte, senza lo guardo dei passanti, in un’anonima città grigia, piuttosto che fare il protagonista di sgradevoli cene con copioni già scritti, a casa di zie meridionali invadenti e ingombranti.
Qualcuno (i suoi cugini invidiosi, sposatisi a vent’anni) diceva che Ale, al nord, si nascondesse. Quello che non sapevano è che Ale, lì ,aveva potuto essere chi realmente era ed era nella sua provinciale cittadina meridionale che doveva nascondersi.
Ale non aveva voglia di recitare, di dare spiegazioni, di riceve domande stupide e binarie come “Quando ti sposi?“, “Hai trovato un fidanzato?“, “Come mai hai tagliato i capelli? Non preoccuparti…così sei ancora più femminile, tranquilla, cara!“.
Ale, a Milano, si tagliava i capelli da solo. Era bastato un piccolo investimento al negozio CapelloPoint: un paio di forbici e un pettine scuola, e una clipper tagliacapelli con varie regolazioni. Bastava separare la parte corta, sotto e dietro, da quella appena lunga, di sopra, e, col supporto di un gioco di specchi che permetteva di vedere dietro e sui lati,  finalmente quintali di riccioli invidiati da zie e cugine zitelle avevano lasciato il posto ad un’acconciatura più adeguata.
Ale spariva sui vagoni delle metropolitane che percorreva su e giù per muoversi in città. Bastava un fasciacollo tenuto su alto e un occhio coperto interamente da un ciuffo emo ad allontanare lo sguardo delle curiose e dei curiosi. Lo sguardo era proteso verso chi era più bizzarro e appariscente: i glamster di periferia, barboni, mendicanti, obese, e travestiti...


Nathan


Il Simposio - Non è un Paese per... è disponibile su Amazon nei formati Kindle e cartaceo.

giovedì 10 ottobre 2019

XX XY



XX o XY: dal primo giorno di vita della nostra prima cellula, che darà luogo a Noi, siamo tutti (o quasi…) portatori di caratteristiche anatomico-fisiologiche specifiche e apparentemente binarie, che ci identificano convenzionalmente come Femmine o Maschi. È una convenzione, ma ha un potere determinante nell’indirizzare le nostre esistenze.     Da almeno 200.000 anni funziona così, quali che siano i contesti sociali, politici, storici in cui ci ritroviamo a nascere e a vivere le nostre piccole vite, perse oggi fra sette miliardi di altre piccole vite….
Le nostre vite sono piccolissime, si, ma assolutamente importanti: non solo per noi, ma per chi ci ha messo al mondo e per la società che ci accoglie, per la quale siamo necessari alla sua stessa sopravvivenza. Questo contesto accogliente ha strutturato nei millenni tutta una serie di regole, che dovrebbero facilitare l’inserimento armonico dell’individuo nello stream sociale dei diversi gruppi. In genere, più o meno, ha funzionato, in un continuo (e oggi rapidissimo) divenire di nuovi adattamenti. 
maschio o femmina
La neonata femmina biologica si ritrova, prima ancora di nascere, inserita in un percorso di aspettative parentali e di gruppo che ne stabiliscono innanzi tutto il nome, mai da lei scelto, ma deciso a volte già da generazioni. È pronto il corredino e, con esso, i sogni e le proiezioni dei genitori, preparati a faticare, a impegnarsi, a investire tempo e denaro per quella figliolina. Che crescerà bambina, adolescente e donna. Che svilupperà un quadro psico-ormonale che potrà prepararla alla sessualità, all’interno di percorsi  codificati, accettati ed accettabili dalla maggioranza omologata dei suoi simili. Attrazione per gli uomini, comportamenti “femminili” ben definiti, maternità dovuta.
Per i maschietti il percorso è specularmente identico, con criteri identificativi propri della mascolinità - e del maschilismo. La suddetta mascolinità si è sviluppata curiosamente in modo analogo anche in culture lontane, che non hanno avuto (a volte) quasi nessun contatto fra di loro: è andata così.
(In talune culture, esistono però anche altre modalità adulte, oltre a Donna e Uomo)...

Dott.ssa Roberta Ribali

Prosegue su Il Simposio - Diamanti. Disponibile on line nella versione Kindle o paperback. Chi ne ordinerà una copia cartacea riceverà quella elettronica in omaggio.