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giovedì 19 dicembre 2019

La scelta di Marie



 Questa storia, così semplice, ma così dolorosa, mostra come sia ancora abituale assistere alla negazione dei sentimenti e dell’espressione sessuale femminile. Per quanto questo specifico episodio riguardi una donna etero, esso mostra come sia generalizzata tutt’oggi (in alcune culture) la pratica del matrimonio imposto: cosa che nega l’esistenza dell’omosessualità, prima ancora che le bambine promesse spose possano interrogarsi sul proprio effettivo orientamento. È un obbligo il matrimonio ed un obbligo “l’esercizio” dell’eterosessualità entro il medesimo. Laddove omandano “le tradizioni intangibili”, le lesbiche e le bisessuali debbono fingere di non esistere.


matrimoni combinati


Questa è la storia di un percorso di autodeterminazione lungo e doloroso, come tutti i percorsi di autodeterminazione sono.
L’autodeterminazione non è una scelta libera o facile: significa trovarsi a rispondere della propria vita di fronte a se stessi e agli altri e avviene nel momento in 
cui una donna si costruisce la possibilità concreta e reale di dare un senso a tutte le scelte che l’hanno condotta all’autenticità dei propri desideri e connessa con il centro del proprio dolore.
Marie ha costruito la propria vita, innaffiando i fiori che sono dentro di lei e assumendosi la responsabilità delle proprie scelte coraggiose. La battaglia per l’affermazione di sé vede come alleati 
principali l’autodeterminazione della persona; la consapevolezza che non si è liberi, in un mondo che ci vuole dipendenti dalle scelte altrui; la volontà di pagare il prezzo per la propria libertà...


Rita Ricciardelli 


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sabato 23 novembre 2019

Claude Cahun: uno, nessuno e centomila gender



Uno, due, tre: gender!
Maschile, femminile, neutro?
Si fa presto  a domandare se tu sia uomo o donna e quale sia il tuo orientamento sessuale.
Ma Lucy Renée Mathilde Schwob,  per sfuggire all’impertinenza della domanda, all’equivoco, provocatoriamente lo conferma, scardinandolo nel corso di tutta la sua vita pubblica e privata, e sceglie un nome d’arte evocativo di un’identità-non identità plasmabile, oscillante tra il maschile - femminile e l’assonante discendenza ebraica, quasi si trattasse di un terzo genere.
Claude Cahun: l’incarnazione dell'ambiguità. 
claude cahun

 “Neutro è il solo genere che mi si addice sempre” dichiarerà, lasciando trapelare l’intimo desiderio di esser sempre qualcos'altro, qualcun altro, altrove, libera  dalla necessità d’esser relegata in una forma, d’esser contestualizzata in un preciso spazio temporale, distante dai confini, dalle definizioni, dalle etichette, da cui rifugge trasponendo un’originalità sperimentale, unica, nei suoi autoritratti onirici, negli scatti fotografici en travesti, in cui rivela tutto il suo talento indiscusso per la fotografia come ricerca profonda di altro da Sé. 
La sua inclinazione artistica dominante fu la fotografia, dopo un primo momento in cui si dedicò alla scrittura. E sarà proprio la fotografia a renderla finalmente visibile.
 Claude Cahun, scrittrice,  fotografa, scenografa, poetessa innovativa, al di là del tempo, ancor oggi  fonte di ispirazione  per molti artisti, nacque a Nantes nel 1894, da Victorine Mary Antoinette Courbebaisse e da un noto giornalista, Maurice Schwob.
Trascorse gran parte dell’infanzia “nascosta sotto la tavola della cucina” di una casa agiata con il privilegio d’esser nata in una famiglia borghese e benestante. Privilegio che non la preserverà dal sentore di un clima cupo, opprimente, derivante dalla follia della madre (poi internata in manicomio) e da una salute cagionevole.
 L’anoressia, l’uso di droghe e alcuni tentativi di suicidio evidenziano, fin dalla giovinezza, una fragilità inquieta, impressa profondamente nelle pieghe dell’anima e nel corpo, fino all’incontro provvidenziale con Suzanne Malherbe, disegnatrice e giovane promessa delle arti grafiche, sua coetanea e altrettanto curiosa adolescente diciassettenne...

Eva Gili Tos

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giovedì 26 settembre 2019

In her rooms: intervista con Maria Clara Macrì




“Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?” (Olympe de Gouges, 1791). 
maria clara macrì in her rooms


Così inizia il Manifesto di Rivolta femminile e a questo sembra ispirarsi l’ambizioso progetto fotografico di un’artista alla ricerca di autenticità e connessione tra corpi.

Maria Clara, infatti è una fotografa professionista. “I share empaty” è la frase della sua bio di Instagram (inserire l’url https://www.instagram.com/meryornot/?hl=it ) e costituisce il manifesto del suo personale politico.
Ci conosciamo da anni, innamorate della stessa terra, il Cilento, dove cerchiamo sempre il tempo di tornare. 
Ho appena comprato una sua fotografia, così preparo un caffè per conoscere bene il progetto In her rooms, di cui fa parte lo scatto che ha rapito i miei sensi.

Una delle mie opere preferite, fra quelle create da te, è quella che ritrae due ragazze giovanissime sedute sul pavimento della stanza, una dietro l’altra, come se si trattasse di un corpo solo. Mi ha colpito così tanto che ho l’ho comprata.



Si, le due ragazze sono: Lina Benz, che è per metà algerina e per metà francese, e Elena Marant, che è la nipote della designer Isabelle Marant. Tramite Instagram, ho conosciuto Lina, che seguiva il mio lavoro perché è anche lei una fotografa. L’estate scorsa, mi ha contattata, dicendomi che voleva essere fotografata da me perché desiderava far parte di questo progetto. Le ho subito risposto che mi avrebbe fatto piacere, spiegandole che, per il mio lavoro, cercavo di raggruppare le ragazze a Parigi, chiedendole quindi se conoscesse qualche altra ragazza interessata. A quel punto, mi ha parlato di Elena, la sua amica, che sarebbe stata molto contenta di partecipare. Lina, in ogni caso, vive con la sua famiglia; quindi, abbiamo deciso di fare il servizio fotografico da Elena, come ti anticipavo Lina è fotografa ed Elena videomaker/regista; sono giovanissime, ventenni; vanno all’università e passano la maggior parte del tempo a casa di Elena. Quel salottino dove è stata scattata la foto è teatro delle loro creazioni è il luogo del loro studio, del loro stare insieme come amiche, quasi sorelle. 
Lina ed Elena sono molto complici ed io ho trovato la cosa molto interessante. Quando, poi, mi hanno spiegato che si fotografavano a vicenda, mi sono esaltata ancora di più, perché ho pensato che fossero l’una la musa dell’altra...



Intervista a cura di Rita Ricciardelli


Prosegue su Il Simposio - Diamanti. Disponibile on line nella versione Kindle paperback. Chi ne ordinerà una copia cartacea riceverà quella elettronica in omaggio.

mercoledì 11 settembre 2019

"Diurna": essere transgender alla luce del sole



Diurna, la transessualità come oggetto di discriminazione (editore Costa & Nolan, 2008) è un libro di Monica Romano, attivista transgender, femminista e scrittrice. 
monica romano diurna transessualità

Ho letto Diurna d’un fiato, in una notte, prendendo appunti,  senza riuscire a smettere.  Dentro, vi ho ritrovato, espressi in modo potente, dettagliato e documentato, gli snodi filosofici e politici, le chiavi interpretative – comuni a varie forme di oppressione -  che guidano i miei attivismi, i campi in cui ogni giorno mi muovo. Alla fine della lettura, la consapevolezza che tutti i meccanismi di oppressione, pur nella loro specificità, presentano caratteristiche comuni, che rendono evidente l’importanza di  un'alleanza dei corpi.
 Al contempo, ho provato sconforto, in quanto proprio il fatto che questo testo renda così chiari i termini del dibattito e della discriminazione porta a  focalizzarsi su quello che (a mio avviso) è il voluto  mantenimento di una determinata  ignoranza  sul tema transgender, a oggi ancora più estesa rispetto ad altre categorie di oppresse e oppressi.  Ritengo che il problema sia innanzitutto a livello istituzionale, in quanto la scuola, che dovrebbe essere uno degli strumenti fondamentali per veicolare conoscenza sugli aspetti cardine del nostro vivere comune, non offre programmi adeguati di informazione in tal senso, ma anche a livello mediatico, dato che, ancora oggi, delle persone transgender si continua a parlare prevalentemente in contesti di gossip, cronaca nera e con sfumature dal macchiettistico al morboso.


Il libro è potente, molto potente. Perché? Innanzitutto, perché travalica quello che spesso pare essere il massimo che si possa pretendere da un potere vigente: paternalismo e carità. Il fine non è tranquillizzare l’ordine ciseteronomartivo, ma scardinarlo. Infatti, già nella prefazione di Diana Nardacchione, si trova espresso il concetto per cui quando un potere non riesce più a difendersi, con la violenza o con la censura, cerca di ridurre il dispendio delle energie concedendo  la “tolleranza”, definita come quell’atteggiamento per cui viene concesso alle nuove idee di essere espresse, a patto che non mettano troppo in discussione l’ideologia vigente tacitamente o implicitamente considerata come sovraordinata, o normale, o naturale. Tuttavia, accadono poi i sovvertimenti, le  rivoluzioni, e il mondo può cambiare radicalmente, non soltanto nelle parole, e  i cosiddetti diversi non devono più preoccuparsi di proclamarsi innocui (nel senso di "non minanti l’ordine tradizionale"), in quanto i concetti di normalità e diversità non avranno più alcun senso logico, saranno un'illusione del passato...

Silvia Molè


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