lunedì 26 febbraio 2018

"Carlo e Corrado: l'Amore oltre la morte" di Mario Artiaco

"La morte pone fine ad una vita, non ad una relazione" (M. Albom)

Una meravigliosa storia d'Amore che continua attraverso il ricordo di Corrado e a causa delle lotte che il nostro Paese incivile, attraverso alcuni suoi rappresentanti, ci costringe a combattere. 
Corrado Spanger ci racconta di Carlo, in questa intervista a cuore aperto. Carlo, il suo amore di una vita, prosegue il suo viaggio nella quinta dimensione. 
La loro storia torna alla ribalta per la scellerata e meschina mozione proposta da un consigliere di "Forza Italia" del comune di Mariano Comense, secondo la quale la tomba di Carlo deturperebbe il decoro pubblico. 
Ma andiamo con ordine. 
carlo annoni e corrado spanger


Chi era Carlo e cosa eravate assieme?

Carlo Annoni, attore, regista e conoscitore teatrale, infermiere, terapista reflessologo, pittore, creativo, nato a Carate Brianza il 16 luglio 1955. Dall'undici aprile 2017, si è trasferito nella quinta dimensione, dove recita senza peli sulla lingua, come suo costume, i testi che ci meritiamo di sentire.

Nel 2010, a Londra, l'unione civile, poi ribadita e convalidata soltanto nel novembre del 2016 nel nostro Paese, grazie alla legge Cirinnà. Quanta strada credi ci sia ancora da fare qui da noi e cosa pensi intralci questo percorso di Amore e condivisione?


Amava il mondo, il teatro, le persone, gli amici e amava anche me (Radovan Corrado Spanger) con tutto se stesso.  Eravamo uniti civilmente, prima a Londra (18 settembre 2010), poi uniti in matrimonio ancora a Londra (5 giugno 2015) e, finalmente, in Italia (8 novembre 2016). Penso che la strada da fare dipenda da noi: in 36 anni di vita di coppia - eravamo da sempre dichiarati in famiglia e nella società - la contestazione della tomba colorata è stato curiosamente il primo episodio che ci abbia riguardato direttamente, in cui si possano intravvedere aspetti omofobici (peraltro non dichiarati). Vivere (e anche morire) alla luce del sole è l'unica strada per avere rispetto...

Mario Artiaco

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domenica 25 febbraio 2018

"La Bibbia e la condanna della prostituzione maschile" di padre Enrico Proserpio

La condanna dell’omosessualità da parte dei testi biblici viene spesso data per scontata. In realtà, tale non è e andrebbe discussa con più profondità. In particolare, è necessario distinguere tra la condanna dell’omosessualità tout court (non così chiara come molti beghini vorrebbero far credere) e la condanna della prostituzione maschile (più definita e netta). Di questo tema mi occuperò in questo articolo, partendo dall’Antico Testamento e vedendone i successivi sviluppi.
 
bibbia condanna omosessualità

La storia narrata nell’Antico Testamento è la storia mitologica del popolo di Israele. Le parti più antiche (Genesi, Esodo…) sono mito vero e proprio, mentre quelle che narrano i fatti di epoche storiche più recenti sono un amalgama di fatti reali, racconti di miracoli e interventi divini.
Ciò che si può notare, al di là dei significati religiosi e spirituali, è la volontà di creare un’identità di popolo a partire da tribù diverse di pastori nomadi. Per far questo, si rese necessaria una storia comune, che desse a tutti il senso dell’appartenenza (la comune discendenza da Abramo) e una cultura fatta di leggi, usanze e comportamenti, oltre che di credenze religiose, che distinguessero gli Israeliti dagli altri popoli.
Ovviamente, la creazione di questa nuova identità e cultura non è stato un atto deliberato e conscio. Si è trattato, piuttosto, di un processo antropologico complesso e lungo, fatto di tradizioni antiche e nuovi elementi che si incontrano, si scontrano, si fondono e si alterano, finendo col creare una cultura organica e strutturata. Lo dimostra la permanenza, nel mito biblico, di elementi provenienti da miti precedenti, come il diluvio universale, già narrato nella mitologia sumera.

Se, poi, si considera che alcuni dei fatti narrati sono stati tramandati oralmente per secoli prima di essere fissati tramite la scrittura, possiamo ben comprendere come mai siano stati alterati e si siano coloriti di elementi divini e miracolosi. Pensiamo, per esempio, all’Esodo. È probabile che le tribù in fuga dall’Egitto abbiano marciato anche di notte, per allontanarsi il più velocemente possibile. Le torce usate per vedere la strada, nei secoli di racconto orale, si sono trasformate nella colonna di fuoco del terribile Dio degli eserciti...

Padre Enrico Proserpio

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venerdì 23 febbraio 2018

"Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si Trans-forma" di Leonardo Davide Meda

Spesso, parliamo di questioni odierne, di novità, di come sia  diventato il mondo, della nuova dimensionalità dei fatti che circondano noi e gli organi di comunicazione e informazione, nonché della politica e della cronaca, dei fatti e delle teorie. 
tutto si trans-forma leonardo meda

Da frasi fatte ad alta componente populista siamo sempre stati afflitti, come: "Si stava meglio quando si stava peggio", "giovani d'oggi", "ai miei tempi non era così"; così come di teorie platoniche, per le quali la vita sembra avere una ciclicità continua: dal meglio, si degenererebbe sempre nel peggio e ogni ciclo avrebbe un inizio positivo, che tenderà al peggioramento e alla rinascita.
Spesso, risulta più semplice addebitare ad un ancestrale cambiamento sistemico ogni forma di peggioramento delle condizioni, che siano essi diritti, status quo sociali, poteri politici o esigenze personali. Tuttavia, analizzando anche i peggiori accadimenti della storia, si evidenzia spesso un acutizzarsi di fatti negativi che, se messi sotto un'ipotetica lente di ingrandimento, risultano poi dimostrarsi estensioni di fatti preesistenti. Situazioni che avevano ottime premesse e che, per qualche strana congiuntura, si uniscono e danno vita ad accadimenti di cui tutto potremmo dire, tranne che fossero inaspettati.
Tra gli esempi eclatanti ,potremmo citare il grande incendio di Londra del 1666, evidenziando come le case fossero in materiale ligneo da secoli e come di roghi la storia fosse già satura.
Altro esempio: il concetto di evoluzione della specie, che (dal Rinascimento in avanti) ha posto l'essere umano al centro dell’universo come essere razionale, passando per la ricerca che, dall'Illuminismo alle scoperte di Lamark, hanno portato Darwin a formulare la sua teoria in maniera ben supportata da studi precedenti e ben delineati. Senza nulla togliere al grande biologo e alla rivoluzionarietà dei suoi testi.
Cosi pure le persecuzioni nazi-fasciste, che si appoggiarono a secolari odi: l'antisemitismo fu anche più radicato negli Stati Uniti , rispetto alla Germania, negli anni 20 del '900; e così anche la famosa legge anti-omosessualità, chiamata "Paragrafo 175", del 1871, che subì una quasi-abrogazione nel 1929...



Leonardo Davide Meda

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mercoledì 21 febbraio 2018

"Queeriodicals e lo storico percorso di rivendicazione delle persone LGBT" - Intervista con Luca Locati Luciani

L’esposizione milanese, prima del genere in Italia, ripercorre 147 anni di lotte per l’uguaglianza attraverso l’editoria LGBT. Intervista con Luca Locati Luciani, curatore della mostra.

queeriodicals milano
Inversions, Francia,  n. 2, 15 dicembre 1924. 


Queeriodicals, editoria periodica LGBT dal 1870 ad oggi è stata una mostra che ha ripercorso 147 anni di editoria LGBT e ha testimoniato un cammino di rivendicazione lungo oltre un secolo.
L’esposizione, prima nel suo genere nel nostro paese, era costituita da un centinaio di pezzi provenienti dalla collezione di Luca Locati Luciani, rigorosamente originali. La mostra si è tenuta nei prestigiosi spazi della Biblioteca Sormani a Milano dall’1 al 16 settembre 2017, ed è stata inaugurata con un convegno moderato da Marco Albertini, con Giovanni Dall’Orto, storico LGBT, Sara Di Giovanni, responsabile dell’archivio del Cassero di Bologna, Felix Cossolo, fondatore di importanti riviste LGBT italiane, Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay, e naturalmente Luca Locati Luciani.
Il nome Queeriodicals è la fusione di periodicals (editoria periodica) con queer, il termine ombrello preso in prestito dal mondo anglosassone per identificare la comunità, le tematiche e le rivendicazioni LGBT. Proprio grazie al percorso della mostra, le visitatrici e i visitatori hanno scoperto come, in oltre un secolo di lotte, si siano continuamente evolute le parole per dirsi. Parole usate tutti i giorni, di cui però spesso viene ignorata l’origine, e parole ormai scomparse dal quotidiano: da terzo sesso a LGBT, passando per omosessuale, omofilo, gay e lesbiche e approdare a queer.
Ho intervistato Luca Locati Luciani, curatore di Queeriodicals, e ideatore della collezione.
                                                        
La tua collezione è il frutto di molti anni di lavoro e di ricerche: Queeriodicals ha messo in mostra decine e decine di periodici. Ce ne sono alcuni ai quali sei più legato?

In fondo, sono legato a tutti i periodici che sono stati esposti. Ma, se dovessi scegliere una testata in particolare, sicuramente sarebbe la francese Inversions: una rivista nata a Parigi nel 1924, e chiusa definitivamente nel 1925, a causa di un processo per oltraggio al pudore, nel quale due dei fondatori vennero condannati a tre mesi di carcere ciascuno...

 Intervista a cura di Riccardo Strappaghetti

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martedì 13 febbraio 2018

"Sempre più prove di un legame tra GD ed ASD" di Raffaele Yona Ladu

Nell’ultimo decennio, sono state raccolte sempre più prove di una superiore prevalenza di Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) e di tratti autistici tra i bambini e gli adulti con disforia di genere, ovvero incongruenza tra il genere che una persona esperisce o esprime e quello assegnatole alla nascita. L’ASD è caratterizzato da difficoltà nell’interazione sociale e nella comunicazione, nonché da strutture di comportamento ristrette e ripetitive. Si stima che circa l’1-2% della popolazione rientri nei criteri diagnostici per l’ASD, gli uomini circa due volte più delle donne.
Il legame potenziale tra l’ASD e la Disforia di Genere era stato notato dai ricercatori già nel 1981, quando notarono che circa il 10% di trenta bambini con diagnosi clinica di autismo aveva problemi a rispondere ad una domanda sull’identità di genere (“Sei un bambino od una bambina?”), a cui meno dell’1% dei loro coetanei neurotipici faticherebbe a rispondere. 
autismo e disforia di genere

Sono seguite diverse vignette cliniche che descrivevano casi individuali di persone che presentavano sia disforia di genere che tratti dello spettro autistico, ma solo negli anni dal 2010 in poi è iniziata una ricerca più sistematica sull’argomento. Da allora, almeno nove studi su più grande scala sono stati pubblicati nella letteratura medica e psicologica, svolti in diversi paesi occidentali (USA, Regno Unito, Canada, Finlandia, Olanda), con soggetti di diverse età (bambini, adolescenti ed adulti), e tecniche di misurazione dell’ASD (scale di autodescrizione, misure riferite dai genitori, diagnosi stabilite da clinici).
In tutti questi studi, praticamente senza eccezione, la prevalenza di ASD o tratti autistici va dal 5% al 54% tra le persone con disforia di genere, risulta significativamente superiore a quella nella popolazione generale. (I singoli studi ed i loro risultati sono brevemente riassunti, in ordine cronologico, al termine dell’articolo).
Si sono proposte diverse ipotesi distinte per spiegare l’accresciuta correlazione tra identità di genere e tratti dello spettro autistico... 

Zhana Vrangalova
Collaboratrice di Forbes
nel campo della sessualità e nella salute sessuale
(le opinioni di lei sono solo sue)
Pubblicato originariamente qui.

Traduzione a cura di Raffaele Yona Ladu

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lunedì 12 febbraio 2018

Il sole d'agosto sopra la Rambla - Intervista con Damiano Dario Ghiglino

Sono i “giovani tramonti”, fragili e tenaci, ragazzi gay dai cuori spezzati impressi indelebilmente sullo sfondo di una Barcellona sotterranea. Ognuno alla ricerca di qualcosa e in fuga da qualcosa, ognuno con le proprie paure e i propri segreti.
Tra prostituzione e dipendenze, locali malfamati e preti pedofili, nostalgie e desideri brucianti, passioni e tenerezze passeggere, in attesa di quell'evento imprevedibile che cambierà per sempre le loro esistenze, cercheranno di fermare il tempo per vivere unicamente il presente ed attendere l'amore in quella dimensione, così sfuggente ed ambigua, dell'istante stesso.
Eppure, quando un sentimento forte e sconosciuto si farà strada nei cuori dei diciottenni David e Borja, i più giovani del gruppo, la diffidenza e lo stupore lasceranno progressivamente spazio ad una coscienza sempre più profonda e ostinata.
Romantico e spietato al tempo stesso, questo romanzo rappresenta il ritratto psicologico di una generazione smarrita alla quale il futuro si presenta come imperscrutabile.
È questa la trama de Il sole d’agosto sopra la Rambla: il nuovo romanzo del 27 enne Damiano Dario Ghiglino, già disponibile sia in formato cartaceo che digitale, su Amazon e Kobo.
Per l’occasione, abbiamo incontrato l’autore facendogli qualche domanda.

damiano dario ghiglino il sole d'agosto sopra la rambla


1)Di cosa parla il libro?

Il libro parla, innanzitutto, di vicende, storie di vita, dalle quali Borja, il più riflessivo e inquieto del gruppo,  trarrà deduzioni importanti ,che lo aiuteranno a rivelarsi come uomo e ad arrivare con fatica a cogliere il senso della propria esistenza.
Anche Miguel, Emilio, persino Antonio e gli altri personaggi capiranno gradualmente cose che li cambieranno per sempre.
Per questo, direi che il tema principale del romanzo è il viaggio interiore, spesso ricostruito a ritroso, attraverso flashback, tra le storie frammentate e le vicende in disordine dei protagonisti.


2) Il tuo romanzo si ispira a situazioni reali che hai conosciuto di persona?


Si tratta di un romanzo in terza persona. Ciononostante, tutte le storie partono da un’ambientazione...

Intervista a cura di Erica Gazzoldi

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giovedì 8 febbraio 2018

"Se anche Dio fa coming out" di Gianni Geraci

Il Natale, a pensarci bene, è la celebrazione di un coming out. Lo fa notare la teologa queer Marcela Maria Althaus-Reidt, quando osserva come, dietro al mistero dell'incarnazione, c'è un Dio che dice: «non posso essere Dio, ho un’altra identità, ho bisogno di essere uomo»[1].
E davvero nessuna esperienza di transizione è più radicale e più trasgressiva di quella di un Dio che si incarna e che, nell'incarnarsi, accetta di diventare uomo e maschio.
«Dio nessuno l'ha visto!» afferma l'autore del Vangelo di Giovanni al termine del suo prologo, che, non a caso, esordisce dicendo parlando di qualcosa che non va veduto, ma va ascoltato: quel “verbo” che «era in principio», che «era presso Dio», che «era Dio». E un Dio che è davvero Dio non solo non lo si può vedere, ma non lo si può nemmeno ingabbiare in categorie generate dalla logica umana, come quella dell'esistenza o della non esistenza. 
Matthias Stomer, Natività (1640 circa)
Dio, se c'è, di certo può anche non esistere, lasciava intendere un filosofo, di cui non riporto il nome solo perché romperebbe il climax del discorso[2]. In realtà, lui era ancora più radicale e affermava che il Dio onnipotente della metafisica  può tranquillamente esistere e non esistere nello stesso tempo, visto che l'idea che esistenza e non esistenza siano incompatibili è frutto di una logica, la nostra, che è nata per spiegare le cose di cui facciamo un'esperienza sensibile: esperienza sensibile che non è certo applicabile a un Dio che, a detta di tutta la teologia, se c'è, è trascendente.
Il primo coming out è quindi quello di un Dio che abbandona la libertà della non-logica e decide di esistere e di accettare le leggi della logica razionale.
Proprio perché Dio nessuno l'ha visto, non c'è motivo di pensare che questo stesso Dio sia un Dio personale simile a quello di cui parla la rivelazione cristiana: dall'indefinito Brahman (di cui parlano le Upaniad vediche), al Prodigioso Spaghetto Volante (dalle cui appendici sono stati toccati i Pastafariani), sono tantissimi gli Elohim (il termine plurale con cui una delle tradizioni bibliche parla di Dio) che non possono essere classificati come “Iddii” personali...





[1]     Tutti i testi di Marcela Althaus-Reidt sono tratti da Per una teologia "Queer”: http://gruppodelguado.blogspot.it/2012/11/per-una-teologia-queer.html (data di creazione 18/11/2012, ultima consultazione 20/12/2017).

[2]     Si tratta di Santino Caramella che affronta il tema dell'esistenza di Dio nel testo Conoscenza e metafisica, Palermo, 1966

Gianni Geraci

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mercoledì 7 febbraio 2018

"Ishtar: una dea genderfluid?" di Erica Gazzoldi

Le mitologie antiche sono sempre fonti affascinanti per l’indagine della psiche umana e di ciò che essa è in grado di concepire. Lo sono, in particolare, per quanto riguarda la sessualità. 

            Nel campo dell’orientalistica, ci si può così imbattere in una figura divina molto particolare: la dea mesopotamica Ishtar, conosciuta anche come Inanna (presso i Sumeri) o come Shaushga (presso gli Hurriti dell’Anatolia sudorientale). Ella è associata, principalmente, all’amore e alla guerra, ma anche al cielo e alla vegetazione; nel mito sumerico detto Inanna agli Inferi, è sorella di Ereshkigal, regina dell’oltretomba, e ha ella stessa una fama ferale. Secondo l’assiriologo Giovanni Pettinato (2001), gli Inferi a cui Inanna deve recarsi per visitare la sorella potrebbero essere nient’altro che l’area montagnosa dell’attuale Iran, intesa come “paese del non-ritorno”. Lo stesso studioso (2001) associa più volte Inanna all’astro Venere. Esso, secondo il filologo e orientalista Wolfram von Soden (1985), è sempre presente nelle religioni semitiche antiche, fra le divinità astrali principali: il Sole, la Luna e - per l’appunto - Venere. Secondo i suoi studi, a quest’ultimo pianeta era associata - in Arabia meridionale - una divinità maschile; in Siria, invece, accanto al dio ‘Ashtar, esisteva la dea ‘Ashtart, poi affermatasi fino a rimanere l’unica. Abbastanza evidente è la somiglianza della radice consonantica di questi nomi con quella di “Ishtar”, nome assiro-babilonese della dea.
            Quest’ultima era la patrona della città-stato di Uruk (3500 - 3000 a.C.), in Bassa Mesopotamia, dove le era dedicato il complesso templare detto Eanna. Senza il favore - anzi, i favori - di Ishtar, nessun re poteva considerarsi veramente tale. Ne è testimone anche la celebre Epopea di Gilgamesh, la cui versione classica è del XII sec. a.C., è riportata su tavolette risalenti all’ ‘800-‘700 a.C. ed è stata rinvenuta nella biblioteca di Assurbanipal a Ninive, in Assiria... 


Erica Gazzoldi

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martedì 6 febbraio 2018

"Shadowhunters 1 - L'angelo che non ti aspetti" di Viviana Borrelli

Guardo telefilm da quando sono nata. Ho vissuto sulla Riptide, guidato il Generale Lee, costruito bombe con uno stuzzicadenti e una gomma da masticare insieme a McGiver. Lottato con Xena, creato incantesimi e sortilegi con Sabrina e le sorelle Halliwell.
Amo soprattutto il genere fantasy e ho visto un buon numero di telefilm sull’argomento. Qualcuno ha fatto breccia nel mio cuore, altri mi hanno solo fatta sorridere. Quando è possibile, come in questo caso, guardo la versione in lingua originale, così da apprezzare meglio la recitazione degli attori e ascoltare i dialoghi così come sono stati concepiti dagli autori. 
I Malec visti da Viviana Borrelli

Shadowhunters mi ha lasciata basita.
Per la prima volta nella mia vita, mi sono ritrovata a chiedermi perché. Perché un telefilm con effetti speciali antichi e una recitazione mediocre ha tanto successo?!

Forse, per l’amore che i fans nutrono nei confronti dei libri di Cassandra Clare: giornalista americana che ha creato un mondo complesso, capace di coinvolgere milioni di lettori ai quali poco importa della qualità. Ciò che conta è vedere i loro personaggi preferiti in carne e ossa.
Sarà anche per la maestria con la quale i produttori hanno saputo sfruttare i social network. Ogni mese, gli attori trascorrono quasi un’ora in video chat con i fans, li coinvolgono e si prestano a rispondere alle domande più disparate.
Sarà per il modo molto furbo con il quale hanno sfruttato la coppia preferita dal fandom: i Malec.

Quando uscì il film nel 2013, tratto dal primo libro e con un cast di altissima qualità, una delle motivazioni che molti si diedero per giustificare il flop ai botteghini fu la mancanza di scene Malec (coppia costituita dallo stregone immortale Magnus e dall’arciere Alec Lightwood).

Forse, è stato un caso; forse; no. Nel dubbio, il telefilm è stato impostato dando una grande importanza a questa coppia - e il fandom è esploso...

Viviana Borrelli

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venerdì 2 febbraio 2018

"Tradizionale? No! Queer" di don Mario Bonfanti

Da alcuni anni a questa parte, l’approssimarsi del Natale si accende di scontri attorno al presepe. E anche a questo giro di boa stiamo assistendo a veri e propri colpi di scena all’italiana: il centro destra nel Veneto chiede (e – ahimè – ottiene) un piano per finanziare il presepe in tutte le scuole; il sindaco di Sesto San Giovanni, in un impeto di generosità, addirittura lo regala; il Consiglio comunale di Orbassano (TO) approva una mozione a tutela della cultura e tradizione cattolica; ecc. Visto che la motivazione addotta è sempre “salvare i nostri valori e le nostre tradizioni”, vorrei fare un po’ di chiarezza sul messaggio e sui valori ben poco tradizionali che il presepe porta con sé.
E lo faccio passando in rassegna i personaggi essenziali nell’allestimento di un presepe che si rispetti.

presepe queer
Un presepe queer?


Il/la bambin* Gesù

Partiamo dal(la) protagonista principale che – secondo la tradizione – compare all’ultimo nel cuore della “notte santa” con un colpo di scena in stile deus ex machina o discesa alla Vanda Osiris – se preferite: il bambino Gesù. Bambino? Ma siamo sicuri che fosse un vero bambino maschio? Se stiamo alla tradizione (e al dogma cattolico), Gesù sarebbe nato da una ragazza, senza nessun concorso umano. Un caso rarissimo di “partenogenesi” umana, come quello che nel 1995 aveva fatto balzare sulla sedia alcuni medici scozzesi alle prese con un bambino con anomalia cromosomica. Un caso molto simile alla nascita di Gesù. Come scrive la teologa femminista Virginia Mollenkott: “Se diamo per assodato che Gesù sia nato da un parto verginale… questo significa che Gesù aveva due cromosomi X (non essendoci stato il contributo di uomo con cromosoma Y). Per cui Gesù era femmina a livello cromosomico con fenotipi maschili”. Stante questi dati, il bambino Gesù, allora, non sarebbe un “vero” maschio, ma una persona transgender. Quindi la tradizione – che i politici suddetti vogliono salvaguardare - metterebbe al centro della scena in bella mostra (e – addirittura – da adorare come “dio”) una trans. Le cose si fanno proprio interessanti. Evviva la tradizione!...

Don Mario Bonfanti

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giovedì 1 febbraio 2018

"Il Bodhisattva pangender" di Michele Berton

Il Bodhisattva della Compassione è una delle figure più importanti in tutte le tradizioni buddhiste.
In sanscrito, il suo nome è Avalokitesvara; il suo significato è: ‘Signore che guarda’,  dalla combinazione delle parole avalokita – colui che guarda – e isvara – signore –.
In tibetano, è chiamato Chenrezig, ‘Signore dallo sguardo compassionevole’.
In cinese, originariamente, era Guanshiyin, dove guan significa “osservare, ascoltare, comprendere”. Shi si riferisce al samsara, quindi ai cicli di sofferenze causate da nascita, invecchiamento, malattia e morte; yin significa “suono, voce, melodia”. La sua traduzione viene resa con la frase: ‘Colei che ascolta i lamenti del mondo’, con riferimento alla misericordia. In seguito, il suo nome fu abbreviato in Guanyn. 
avalokiteshvara androgino
Rappresentazione androgina di Avalokiteshvara

Viene chiamato Kannon in giapponese, Gwam-eum in coreano, Quan Am in vietnamita, Nidubarusheckchi in mongolo; ha un nome in tutte le lingue della tradizione buddhista, sempre con significati simili, e sempre come il Bodhisattva della grande compassione.
Viene citato anche come “il Buddha Avalokiteshvara”, il Buddha della Compassione; è la personificazione della compassione universale di tutti gli esseri illuminati. Affidandoci a lui/lei, accresciamo con naturalezza la nostra compassione.
Insieme a Vajrapani  (la potenza del Buddha) e Manjushri (la saggezza del Buddha), compone la triade dei Grandi Bodhisattva.
A lui/lei sono dedicati alcuni dei sutra più importanti del canone buddhsta: il Sutra del Cuore, che fa parte della tradizione mahayana della Prajnaparamita; il Sukhāvatīvyūhasūtra (Sutra degli Ornamenti della Terra Beata); l’Amitāyurdhyānasūtra (Sutra della Contemplazione della Vita Infinita); ma specialmente il XXV capitolo dello scritto più diffuso della tradizione buddhista, il Saddharmapundarīka-sūtra (Sutra del Loto della Legge Meravigliosa). Oltre a questi, ricordiamo il celeberrimo mantra Om Mani Padme Hum.
Ciò che rende questa importantissima figura peculiare e unica nella tradizione buddhista (e non solo) è la sua non appartenenza ad alcun genere, o la sua appartenenza a ciascun genere. Infatti appare nei testi di riferimento citati in precedenza come giovane uomo, bellissima donna, ermafrodito o essere asessuato. Anche all’interno dello stesso testo...

Michele Berton

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